HomeAskanewsIa, ecco perché Trump ordina di definirla "superintelligenza" (SI)

Ia, ecco perché Trump ordina di definirla "superintelligenza" (SI)

Roma, 10 ott. (askanews) – Non è soltanto una questione di parole. La decisione del presidente statunitense Donald Trump di sostituire l’espressione ‘intelligenza artificiale’ (Ia) con ‘superintelligenza’ (SI), arrivando a definire addirittura ‘nemico’ chi continua a utilizzare la vecchia denominazione, sta suscitando interrogativi tra linguisti, scienziati e studiosi della comunicazione politica.

Dietro il cambiamento lessicale, formalizzato con un ordine esecutivo del 29 settembre, si intravedono questioni che riguardano la competizione con la Cina, la regolamentazione delle nuove tecnologie e il rapporto dell’amministrazione con le grandi aziende della Silicon Valley. Ma soprattutto emerge il tentativo di trasformare una scelta terminologica in un elemento di contrapposizione politica, nel quale persino l’uso delle parole può diventare un segnale di adesione o di opposizione alla linea della Casa Bianca.

‘La Casa Bianca considera chiunque utilizzi il termine ‘intelligenza artificiale’, anziché la nuova e più accurata espressione ‘superintelligenza’, UN NEMICO!’, ha scritto Trump l’8 ottobre sul suo social Truth. Il presidente non ha spiegato perché l’impiego della vecchia denominazione dovrebbe costituire un atto ostile. Il messaggio rappresenta tuttavia un’ulteriore accelerazione di una campagna avviata da mesi. Già il 29 settembre Trump aveva firmato un ordine esecutivo, intitolato ‘Inaugurating the Era of Super Intelligence’, che dispone l’utilizzo della nuova terminologia da parte delle agenzie federali, nei limiti consentiti dalla legge. Il provvedimento incarica inoltre il consigliere presidenziale per la scienza e la tecnologia di presentare entro 60 giorni una proposta per valutare se modificare, ampliare o sostituire anche la definizione legislativa di intelligenza artificiale. Secondo Reuters, il dipartimento della Giustizia ha già trasmesso al proprio personale istruzioni per adottare la nuova espressione anche negli atti giudiziari, quando appropriato.

Per Trump, il termine ‘artificiale’ trasmette un’immagine sbagliata di una tecnologia che considera straordinaria. La parola ‘superintelligenza’, invece, ne esalterebbe le potenzialità e il carattere rivoluzionario. Il presidente ha collegato esplicitamente questa scelta alla competizione geopolitica, sostenendo il 30 settembre che chi vincerà la corsa alla superintelligenza prevarrà sugli altri e indicando negli Stati uniti e nella Cina i due principali contendenti. La nuova denominazione si inserisce così nella strategia della Casa Bianca per affermare la supremazia tecnologica statunitense, accelerando gli investimenti e riducendo gli ostacoli normativi allo sviluppo dei sistemi più avanzati.

Ma perché Trump arriva a considerare addirittura un ‘nemico’ chi continua a parlare di intelligenza artificiale? Una possibile spiegazione è che il presidente intenda trasformare il nuovo linguaggio in una prova di lealtà politica, distinguendo chi aderisce alla sua visione da chi continua a utilizzare le categorie tradizionali. Secondo Kathleen Hall Jamieson, studiosa di comunicazione politica dell’Università della Pennsylvania, intervistata da Axios, convincere coloro che influenzano la percezione pubblica ad adottare il proprio linguaggio conferisce ‘un potere molto forte’. Jennifer Mercieca, docente della Texas A&M University e autrice di un libro sulla retorica politica di Trump, ha spiegato alla stessa testata che ‘se puoi plasmare le parole utilizzate in un dibattito politico e il modo in cui vengono definite, hai vinto il dibattito prima ancora che cominci’. La studiosa ricorda come Trump abbia già utilizzato questa strategia imponendo nel dibattito pubblico l’espressione ‘fake news’.

La linguista Sylvia Sierra, docente associata alla Syracuse University, ha individuato nel cambiamento un tentativo di orientare la percezione pubblica attraverso le parole. Intervistata da TheStreet, Sierra ha osservato che le innovazioni linguistiche tendono ad affermarsi quando emergono spontaneamente, mentre quelle imposte dall’alto difficilmente resistono nel tempo. La studiosa ha richiamato il precedente delle ‘Freedom Fries’, la denominazione alternativa a ‘French Fries’ (le patatine fritte) adottata negli Stati uniti nel 2003 in polemica con la Francia per la sua opposizione alla guerra in Iraq, successivamente caduta miserevoltemente in disuso. Nel caso di Trump, il termine ‘superintelligenza’ consentirebbe di associare la tecnologia a un’immagine positiva e spettacolare, allontanando l’attenzione dalle sue implicazioni più problematiche.

L’affermazione sui ‘nemici’, tuttavia, non sembra avere per ora conseguenze giuridiche. L’ordine esecutivo del 29 settembre non prevede sanzioni per chi continua a utilizzare la vecchia denominazione. Intervistato dalla Cnn, Scott Kupor, vicepresidente della Super Intelligence Force istituita da Trump, ha risposto scherzosamente ‘non posso proteggerti’ al giornalista Jake Tapper, che gli chiedeva se dovesse considerarsi un nemico per aver pronunciato l’espressione ‘intelligenza artificiale’. Alla successiva domanda se fossero previste punizioni, Kupor ha ammesso di non saperlo, invitando a rivolgersi direttamente al presidente. Un episodio che evidenzia la dimensione prevalentemente politica e retorica dell’iniziativa.

La decisione ha intanto incontrato le perplessità della comunità scientifica, dove intelligenza artificiale e superintelligenza non sono sinonimi. Come ha ricordato la rivista Nature in un approfondimento del 7 ottobre, la prima comprende una vasta gamma di tecnologie già disponibili, mentre la seconda si riferisce generalmente a sistemi ipotetici capaci di superare ampiamente le capacità cognitive umane. ‘Dubito che ‘SI’ si affermerà, anche perché esagera le capacità attuali dell’Ia’, ha osservato Simon Coghlan, ricercatore di etica digitale dell’Università di Melbourne, in dichiarazioni alla Bbc. Secondo Coghlan, una vera superintelligenza avrebbe implicazioni potenzialmente senza precedenti, mentre attribuire questa denominazione ai sistemi attuali rischia di alimentare aspettative ingiustificate. Anche Melanie Mitchell, ricercatrice del Santa Fe Institute, ha sottolineato a Nature quanto siano ancora controverse le definizioni delle forme più avanzate di intelligenza artificiale.

Un’interpretazione politica del cambiamento viene da Darrell West, esperto di politiche tecnologiche della Brookings Institution, secondo il quale la Casa Bianca starebbe cercando soprattutto di migliorare l’immagine dell’Ia in una fase di crescente diffidenza dell’opinione pubblica statunitense, dove si moltiplicano le proteste contro i data center, veri motori dell’intelligenza artificiali, per il loro impatto sull’ambiente e sui consumi e prezzi dell’energia. ‘La speranza è che cambiare il nome migliori l’accettazione pubblica della tecnologia’, ha spiegato a Nature, aggiungendo tuttavia: ‘Ma penso che sia una pia illusione’. Anche Thomas Haigh, storico dell’informatica dell’Università del Wisconsin-Milwaukee, ha osservato a PolitiFact che i cittadini sono oggi più preoccupati che entusiasti dell’Ia e che ribattezzarla superintelligenza difficilmente contribuirà a rassicurarli.

Il cambiamento potrebbe avere conseguenze anche sul piano normativo. Baobao Zhang, docente della Syracuse University ed esperta di politiche dell’Ia, ha sottolineato a PolitiFact l’importanza di definizioni precise quando si interviene su tecnologie in rapida evoluzione. ‘E’ davvero importante definire correttamente i termini in qualsiasi tentativo di regolamentare questa tecnologia’, ha affermato. Il rischio, secondo la studiosa, è che alcuni sistemi potenzialmente dannosi rimangano esclusi dalle categorie previste dalle leggi. La questione assume particolare rilievo perché l’ordine esecutivo di Trump equipara provvisoriamente le due espressioni, pur aprendo la strada a una possibile revisione della definizione legislativa.

La battaglia sul linguaggio si intreccia inoltre con la politica di deregolamentazione dell’amministrazione statunitense, che ha fatto dell’accelerazione tecnologica una priorità e privilegia un modello nel quale le aziende svolgono un ruolo centrale nella gestione dei rischi. La nuova terminologia ha trovato sostegno anche fra alcuni protagonisti della Silicon Valley. Elon Musk ha scritto su X ‘Basta Ia. SI. E’ meglio’, annunciando l’intenzione di ribattezzare SpaceXAI in SpaceXSI, mentre l’amministratore delegato di Nvidia, Jensen Huang, ha definito i centri di elaborazione dati ‘fabbriche di superintelligenza’. Altri protagonisti del settore, come Sam Altman di OpenAI, continuano tuttavia a utilizzare l’espressione intelligenza artificiale, mentre il concetto di superintelligenza era già impiegato da diverse aziende per indicare un obiettivo tecnologico ancora da raggiungere.

La scelta di Trump appare dunque parte di una strategia nella quale il controllo del linguaggio accompagna la promozione di una precisa visione dello sviluppo tecnologico, fondata sulla competizione internazionale, sulla leadership industriale statunitense e sulla riduzione dei vincoli normativi. Resta aperta la questione se un presidente possa effettivamente imporre una nuova denominazione a una comunità scientifica e industriale globale. E soprattutto se definire ‘nemico’ chi non si adegua al lessico della Casa Bianca possa contribuire a consolidare quella supremazia tecnologica che Trump considera ormai una questione di sicurezza nazionale.