Nella concezione progressista la storia è lineare: ciò che è “nuovo” è sempre meglio del “vecchio”.
Ma, a parere di chi scrive, la storia non applica il metodo giapponese Kaizen (il noto metodo del “miglioramento continuo”), bensì è fatta di “corsi e ricorsi” storici di memoria vichiana.
Il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica
Nel nostro Paese siamo passati dal linguaggio della prima Repubblica, ricco di contenuti ed espressione di un pensiero forte, al linguaggio della Seconda Repubblica, postmoderno e semplificato.
Sembriamo sprofondati in una dinamica di velocità, senza profondità di pensiero, coniugata a una politica urlata che cerca di acchiappare l’attimo fuggente dell’opportunità. Questo nuovo linguaggio, che asseconda il target più che indirizzarlo, abdicando al ruolo di classe dirigente, ci permette davvero di comprendere la realtà o, a dirla con Ligabue, abbiamo “perso le parole”? Perché, di fatto, “chi pensa male, parla male, vive male” (cit. Nanni Moretti).
Comunicazione e profondità del pensiero
Pur essendo convinto, sul piano generale, che si debba tenere assieme comunicazione efficace e profondità del pensiero, anche utilizzando gli strumenti comunicativi contemporanei, come i social e quant’altro, è utile un focus specifico per provare a dare una risposta: le parole centrodestra e centrosinistra.
Sono parole utilizzate, ormai, come sostantivi composti: parole che dovrebbero quindi, in sé e per sé, esprimere un significato autonomo.
È così? Le parole coinvolte sono tre: centro, sinistra e destra.
Perché le utilizziamo composte? È corretto continuare a farlo senza rischiare di descrivere più ciò che abbiamo ancora in testa, a dispetto della realtà?
Le parole centrosinistra e centrodestra nascono negli anni ’90, con il varo del bipolarismo dell’alternanza in versione italiana, figlio di Tangentopoli, della svolta maggioritaria e dell’ascesa Berlusconi/Prodi.
Il legame originario con la realtà politica
In quel quadro, e a lungo, fino alla tenuta di Forza Italia come leader della coalizione, con l’UDC in una posizione simile, e fino alla nascita e al consolidamento/svolta del Movimento Cinque Stelle — inserito nel campo progressista da un lato — e di Fratelli d’Italia dall’altro, queste espressioni hanno rappresentato chiavi linguistiche con un serio e reale aggancio con la realtà.
Coalizioni che univano forze di centro con forze di sinistra riformista e socialdemocratica, oppure una destra che, dopo la svolta di Fiuggi, stava compiendo lo sforzo realistico di divenire liberalconservatrice, insieme a un partito liberale e federalista/territoriale come la Lega.
Ma, con la nascita (o rinascita) e l’ascesa di forze e leader populisti, questi due sostantivi composti sono stati, a ben vedere, completamente svuotati del loro significato originario.
Il rito comunicativo e il bias cognitivo
Li continuiamo a ripetere in un rito comunicativo che somiglia più a un fenomeno di Illusory truth effect (effetto della verità illusoria), che non è altro che un bias cognitivo.
I bias, in psicologia, sono schemi mentali automatici che influenzano il modo in cui interpretiamo, percepiamo e decidiamo. Citando Kahneman e Tversky, si tratta di “una deviazione sistematica del giudizio razionale, dovuta all’uso di scorciatoie mentali”: in pratica, la mente semplifica per evitare di elaborare ogni volta la complessità.
L’“effetto della verità illusoria” è un bias cognitivo per cui tendiamo a credere vera un’informazione, o una parola, perché la sentiamo ripetere più volte: la ripetizione trasforma la familiarità in percezione di verità.
Ed è esattamente ciò che facciamo con le due parole composte centrodestra e centrosinistra. Siccome le utilizziamo da trent’anni, la familiarità e la ripetizione ce le fanno apparire ancora vere.
Una realtà politica profondamente cambiata
Eppure abbiamo, in un campo, una sinistra radicale e massimalista, anche di orientamento filorusso, ormai lontana dalla sinistra riformista e socialdemocratica che rappresentava il fianco sinistro del centrosinistra. Dall’altro lato, una destra sovranista, con tratti filotrumpiani e filorussi, distante dalla svolta liberalconservatrice che stava tentando Gianfranco Fini.
È per questo che dovremmo, anzitutto, iniziare a chiamare le due coalizioni con il loro nome, e cioè campo largo e destra-centro.
E, soprattutto, immaginare nuove strade e nuove alchimie di coalizione, se crediamo che siano i contenuti, le idee, a dover dare l’indirizzo alla storia, attorno a cui organizzare il consenso.
Le priorità di una possibile ripartenza
La cultura popolare, liberale, socialista riformista e socialdemocratica potrebbe ipotizzare di ripartire da queste priorità:
La questione sociale, che richiede uno spirito riformatore, radicale più nella volontà che nei contenuti, rimettendo al centro il tema dell’uomo e della giustizia sociale, anche dinanzi alle trasformazioni già in corso con lo sviluppo del combinato intelligenza artificiale/robotica.
La tutela della libertà umana, delle libertà democratiche e dei diritti civili, di fronte all’avanzare delle autocrazie e degli autoritarismi.
La guerra e la pace, in chiave europea e di ricostruzione delle condizioni di un mondo multilaterale, superando i limiti delle istituzioni che escono indebolite dal contesto geopolitico, oggi segnato da un assetto basato più sul diritto della forza che sulla forza del diritto.
Il campo degasperiano come punto di ripartenza
Sembrano queste alcune delle possibili basi contenutistiche di un rinnovato Campo degasperiano da cui ripartire, per smetterla di ripetere formule d’alleanza — scambiate per formule culturali con un significato intrinseco — che non esistono più e che, realisticamente, stanno portando l’Italia a sbattere.
Come diceva Ligabue in “Ho perso le parole”: “Credi, credici un po’, metti insieme un cuore e prova a sentire…”. Forse è questa la sfida più grande: crederci. Abbandonare vecchie certezze e conquiste personali, per gettare il cuore oltre l’ostacolo e aprire nuovi orizzonti possibili.
