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martedì, 3 Febbraio, 2026
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Il campo degasperiano e il dovere della misura

Visione, metodo e rispetto del popolo nell’ora del referendum. Rispettare sul serio la Costituzione dovrebbe significare un dibattito sereno sulla scelta affidata al popolo, così come la Costituzione stessa prevede.

Bella idea quella del campo degasperiano. Alcide De Gasperi basava la sua azione politica su due principi essenziali: una visione del Paese, così com’era realmente, e un metodo fondato su una leadership gentile, ferma sui principi ma flessibile nella loro applicazione.

Allora non si parlava di “campi”, ma l’idea forte di De Gasperi era certamente quella di allargare, nei limiti del possibile, il campo democratico. Non per interessi di partito, ma per dare maggiore solidità a istituzioni ancora fragili. È un’azione cui ci si può ben ispirare anche oggi.

Un dibattito indecoroso e fazioso

Stiamo vivendo un dibattito indecoroso sul referendum alle porte che, salvo meritevoli eccezioni (da ultimo Bachelet), si è ridotto a uno scontro tra faziosi.

Chi è per il sì esagera la portata della riforma, che comunque non propone rimedi concreti al malfunzionamento della giustizia per il cittadino. Chi è per il no evoca scenari da tregenda, in gran parte immaginari: subordinazione dei magistrati al potere politico, immunità per i politici, premessa a svolte autoritarie, e così via.

Eppure, rispettare sul serio la Costituzione dovrebbe comportare un dibattito sereno sulla scelta affidata al popolo, così come la Costituzione stessa prevede. Con il dovere, soprattutto, di rispettare il popolo, offrendo argomenti di merito fondati su aspetti di verità e non su propaganda faziosa.

Il rispetto del popolo e il monito di Pajetta

Vale la pena ricordare le parole del grande propagandista del PCI Giancarlo Pajetta:

«Ciò che rende diverso un politico da un cretino è che il cretino crede alla propria propaganda».

E bisognerebbe evitare anche di far passare il popolo per un cretino collettivo.

Il precedente del 1946: Repubblica e libertà di voto

Pensiamo a come De Gasperi affrontò il tema del referendum monarchia-repubblica, ben più drammatico di quello attuale.

Nel 1946, quando si tiene il primo congresso della DC, non si era ancora vissuta la prova elettorale della Costituente. Il congresso si svolge in un clima di grande entusiasmo e di dibattito acceso. De Gasperi non ascolta i consigli di chi voleva evitare al partito una scelta così impegnativa: un grande partito nazionale, pensava, non può non schierarsi su un tema di tale portata.

Dopo un approfondito referendum interno, vince la scelta per la Repubblica. Tenuto fermo il principio, De Gasperi decide però di lasciare libertà di voto agli elettori. Si fida del popolo. Ritiene che, se è cruciale la questione istituzionale, lo è altrettanto garantire un assetto politico robusto al

Paese, senza lasciare senza rappresentanza i molti che temevano la strada sconosciuta della Repubblica.

La Costituzione come patria comune

Se la Costituzione nasce con una amplissima base di consenso, ciò non è un fatto scontato né regalato. È il frutto di una scelta politica lungimirante, in particolare dei due leader degli schieramenti contrapposti: De Gasperi e Palmiro Togliatti.

De Gasperi era pressato da chi voleva chiudere subito i conti con il PCI, immaginando una sorta di cortina di ferro che attraversasse l’Italia. Non si trattava di settori marginali, ma di ambienti influenti, tra cui i gesuiti de La Civiltà Cattolica. Egli tenne fermo il punto, preservando il significato profondo dell’unità antifascista alla base della democrazia italiana.

Togliatti, dal canto suo, era pressato da chi nel PCI immaginava ancora un percorso rivoluzionario. Rispose con una formula rimasta celebre: «Fuori dal Governo, dentro la Costituzione».

Riformare senza distruggere

Sono scelte preziosissime per il futuro dell’Italia. La Costituzione di tutti è stata il riferimento comune, la patria istituzionale che ha consentito di attraversare, pur tra asprissime divisioni politiche, momenti tragici senza lacerazioni irreparabili del tessuto democratico.

Usare in modo fazioso i temi posti dal referendum è irresponsabile. Se vincesse il sì, dovremmo forse pensare che la Costituzione non è più una patria comune? E se vincesse il no, che la Repubblica è in mano alle toghe?

La Costituzione va rispettata e fatta vivere, compreso il fatto che i costituenti avevano ben disegnato un processo per riformarla: attraverso maggioranze ampie e, se necessario, affidando al popolo la parola finale.

 

Il duttile acciaio” della Costituzione

Possiamo richiamare le parole – certo, di una retorica d’altri tempi – del costituente Paolo Rossi, relatore sugli articoli relativi alla revisione costituzionale:

«La Costituzione non deve essere un masso di granito che non si può plasmare e che si scheggia; e non deve essere nemmeno un giunco flessibile che si piega ad ogni alito di vento. Deve essere una specie di duttile acciaio che si riesce a riplasmare faticosamente sotto l’azione del fuoco e del martello di un operaio forte e consapevole».

Il fuoco, oggi, dovrebbe essere quello di una passione non di parte, accompagnata dalla piena consapevolezza del valore di una Costituzione condivisa.