Roma, 11 feb. (askanews) – La salute mentale è “profondamente intrecciata alle disuguaglianze economiche, culturali e politiche. Curare l’individuo senza intervenire sui contesti di vita significa, troppo spesso, limitarsi a gestire gli effetti senza affrontarne le cause”: per questo la salute mentale “è un bisogno fondamentale, ma l’accesso alla cura è sempre più percepito come un privilegio. In questo senso, il disagio psichico diventa anche linguaggio politico, lente attraverso cui leggere precarietà, disuguaglianze e senso di abbandono, restituendo alla sofferenza una dimensione pubblica che interpella direttamente le istituzioni e la comunità”. lo scrive il presidente della CEI, card. Matteo Zuppi, nella prefazione del Rapporto della Caritas Italiana “Povertà e salute mentale. Relazione circolare e diritti negati”, presentato oggi.
Nonostante un “impegno storico” in Italia contro i disturbi mentali, ricorda il presidente dei Vescovi italiani, le “conquiste” raggiunte nel corso del Novecento “oggi appaiono fragili. A fronte di un aumento significativo del disagio mentale – soprattutto tra giovani e donne – assistiamo a un indebolimento dei servizi territoriali, a un definanziamento cronico della salute mentale, a una crescente privatizzazione delle risposte. Le disuguaglianze regionali, l’arretramento dei Centri di Salute Mentale, l’aumento di pratiche coercitive e di nuove forme di istituzionalizzazione segnalano un rischio concreto: che la salute mentale torni a essere una questione per pochi, anziché un diritto universale”.
“Lo sguardo della Chiesa – anche attraverso la rete delle Caritas diocesane e parrocchiali – assume un valore particolare. Non solo come circuito di aiuto, ma come comunità di persone che diventano un osservatorio avanzato delle trasformazioni sociali”, in una situazione in cui “accanto alla povertà delle persone emerge una povertà dei servizi, fatta di attese, barriere, mancanza di continuità, che rischia di rendere invisibili proprio i più fragili”.
“Il nostro ordinamento dispone, almeno sul piano normativo, degli strumenti per affrontare questa sfida. E’ indispensabile – ha proseguito – una volontà politica stabile, capace di investire risorse, definire standard vincolanti, superare le disuguaglianze territoriali e promuovere una reale presa in carico lungo tutto l’arco della vita. Integrare sociale e sanitario non è un tecnicismo organizzativo, ma una scelta di giustizia e di serietà. Altrimenti ci si illude di risposte che poi si sa già non possono essere sufficienti”.
“Questo libro non chiede neutralità. Chiede responsabilità. Alla politica, chiamata a riconoscere la salute mentale come bene comune. Alle istituzioni, chiamate a garantire diritti esigibili e non differenziati per censo o territorio. Alla Chiesa, chiamata a continuare a stare nei luoghi della sofferenza non solo con la prossimità, ma anche con una parola e con gesti capaci di interrogare le strutture che producono esclusione. Perché il modo in cui una società si prende cura della sofferenza mentale intrecciata alla povertà rivela la qualità della sua idea di persona, di dignità, di futuro. E da questa cura – o dalla sua assenza – dipende la qualità della nostra democrazia e delle nostre comunità”, conclude il card. Zuppi.
