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Il centro in Europa è una politica alla ricerca di futuro

Fare politiche di centro non significa ripetere come un mantra formule di un passato che non può più tornare. Ma significa scrutare l'orizzonte, dando prova nel contempo di realismo e di visione.

La definitiva scomparsa delle forze politiche di centro a giudizio di molti analisti politici sarebbe l’incubo che si aggira in Europa. Ce lo ricorda padre Antonio Spadaro sull’ultimo numero de La Civiltà Cattolica nel suo Punto dedicato alla crisi del modello liberal-democratico.

Per quanto possa sembrare paradossale, il dibattito sui rischi della scomparsa del centro in Europa, può rivelarsi molto interessante per fare emergere la profonda necessità di politiche di centro.

Infatti, i contraccolpi del cambiamento d’epoca che stiamo attraversando, che investono nel contempo la sfera geopolitica, quella economica, sociale, antropologica necessitano di risposte improntate al realismo, alla gradualità, al dialogo e all’apertura alla novità dei tempi. Elementi questi che qualificano le politiche di centro. E se è pur vero che strutturali cambiamenti socio-economici stanno erodendo il terreno sopra il quale si sono sviluppate le tradizioni politiche liberal-democratiche e socialdemocratiche, figlie di quel compromesso fra capitalismo e democrazia che diede i suoi frutti migliori in Europa nella seconda metà del secolo scorso, è altrettanto vero che il modello alternativo, quello neoliberista, risulta inadeguato  in un mondo che sta cambiando in un modo diverso da quel che si attendevano i fautori della globalizzazione.

Ora certo, sta venendo meno la base sociale per forti partiti di centro in Europa, ma al momento lo scontento sembra più rifugiarsi nell’astensionismo che nei movimenti di protesta, come se a prevalere fosse l’attesa di una svolta nella continuità e non il richiamo di modelli regressivi. Questo può consentire ai più fedeli interpreti delle culture politiche liberal-democratiche e sociali, di dare il meglio di loro stessi proprio mentre vedono materializzarsi la loro crisi e addirittura il rischio di scomparsa. Fare politiche di centro non significa ripetere come un mantra formule di un passato che non può più tornare. Ma significa scrutare l’orizzonte, dando prova nel contempo di realismo e di visione. Significa credere che l’Europa può stare al passo con i cambiamenti, rinnovandosi e inventandosi un futuro. Nel XXI secolo sta venendo meno una supremazia occidentale che durava da circa cinque secoli. Ma non per questo verrà meno il ruolo e il contributo dell’Europa per il mondo. L’errore più grande che si possa compiere sarebbe quello, come ha ricordato il presidente Mattarella al Cotec Europa, di sentirsi arroccati nel club dei Paesi agiati, in un mondo irrimediabilmente diviso. Ecco perché l’obiettivo delle politiche di centro, anziché coltivare la nostalgia dei tempi che furono, deve diventare quello di interagire con le nuove dinamiche che stanno emergendo nel mondo attuale, in campo geopolitico e in quello economico. In questo compito l’Italia appare avvantaggiata rispetto agli altri Paesi europei, sia per la sua posizione geografica sia per la sua tradizione politica di relazioni con i Paesi mediterranei e africani, improntate alla pari dignità e al reciproco vantaggio. Nello spirito di Enrico Mattei, che è molto simile, come modello di relazioni internazionali, alla logica win-win che sta alla base della cooperazione interna ed esterna ai Paesi Brics.

Aprendosi alla nuova realtà del mondo riusciremo anche a frenare e a invertire la crisi del modello liberal-democratico. Non possiamo pensare che tale modello sia indissolubilmente legato a una situazione effimera che ha visto l’Occidente per qualche decennio raggiungere dei livelli di sviluppo e di benessere che il resto del mondo non aveva. La sfida per le forze di centro è impegnarsi a dimostrare che la liberal-democrazia può rafforzarsi in un mondo in cui in quasi tutti i Paesi è partita la corsa allo sviluppo. E nel contempo può rafforzarsi se è capace di concepirsi come modello relativo, non assoluto, così da poter vedere e confrontarsi sul modo in cui altri sistemi e culture provvedono a rispondere alle istanze dei loro popoli di sviluppo, di libertà e di democrazia in modi diversi e originali, dismettendo quel senso di superiorità e di doppio standard di giudizio che è sempre meno accettato nel resto del mondo.

Nel definirsi in rapporto ai nuovi attori internazionali il modello liberal-democratico potrà riguadagnare all’interno degli Stati occidentali quella credibilità e quella fiducia popolare che è andata calando, sia per effetto dei nuovi processi economici, sia per l’inadeguatezza della strategia sinora mostrata nei confronti dei Paesi non occidentali. In questi vivono, del resto, sei dei sette miliardi di esseriumani. Con realismo e dialogo il centro in Europa non solo può evitare di scomparire, ma può concorrere ad aprire una nuova pagina di storia.

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