Il record degli occupati e le fragilità nascoste
Il mercato del lavoro in Italia, all’inizio del 2026, presenta un dato apparentemente positivo: il numero degli occupati ha raggiunto circa 24 milioni, un record storico. Tuttavia, dietro questo risultato si nascondono fragilità strutturali profonde, come il divario di genere, la difficile condizione dei giovani e una diffusione significativa di lavori precari.
Un primo elemento critico riguarda il numero degli inattivi tra i 15 e i 64 anni, che ammontano a circa 12,4 milioni di persone. Ancora più preoccupante è la tendenza osservata nel periodo gennaio 2005 – gennaio 2006: a fronte di una diminuzione della disoccupazione di 384 mila unità, ben 322 mila persone non hanno trovato lavoro ma sono passate direttamente nell’inattività.
In altre parole, per ogni dieci persone che escono dalla disoccupazione, solo una trova effettivamente lavoro, mentre le altre nove smettono di cercarlo. Il tasso di inattività raggiunge così il 33,9%, il che significa che circa un italiano su tre in età lavorativa non lavora e non cerca lavoro.
Donne, giovani e over 50: chi resta fuori dal lavoro
Ma chi sono gli inattivi? In gran parte si tratta di donne, circa 6,5 milioni, sulle quali ricade quasi interamente la cura dei figli o degli anziani, anche a causa della carenza di asili nido e di servizi sociali adeguati.
Tra gli inattivi vi sono poi i giovani che non studiano né lavorano (NEET), circa 1,7 milioni, che con il passare del tempo rischiano di perdere competenze e fiducia nelle proprie possibilità.
Infine vi sono gli over 50, spesso considerati dalle aziende troppo anziani per essere assunti, ma allo stesso tempo non ancora in possesso dei requisiti necessari per accedere alla pensione.
Precarietà e part-time involontario
Analizzando invece la condizione degli occupati, i dati mostrano come in Italia sia ancora molto diffuso il fenomeno della precarietà lavorativa. Questo si manifesta soprattutto attraverso i contratti a termine e il part-time involontario.
I lavoratori con contratti temporanei sono circa 3 milioni, mentre coloro che lavorano part-time perché non hanno trovato un impiego a tempo pieno rappresentano circa il 10% dei lavoratori totali. I lavoratori con un contratto stabile sono invece circa 16 milioni.
Nonostante il record di occupati, l’Italia continua inoltre a registrare uno dei tassi di occupazione più bassi d’Europa: 62,6%, contro una media dell’Unione Europea pari al 75,8%.
Particolarmente difficile è anche la situazione dei giovani. Il tasso di disoccupazione giovanile si attesta intorno al 20,5% (dato di dicembre 2025), contro una media europea di circa 14%.
Si tratta di un divario che segnala non solo difficoltà di accesso al lavoro, ma anche una minore capacità del sistema economico di assorbire le nuove generazioni.
Il problema del mismatch tra imprese e formazione
A rendere il quadro ancora più complesso contribuisce il fenomeno del mismatch, cioè il mancato incontro tra domanda e offerta di lavoro.
Le aziende italiane prevedono di effettuare circa 5,5 milioni di assunzioni, ma incontrano difficoltà nel reperire circa 2,5 milioni di profili professionali. In particolare, per tecnici e operai specializzati la difficoltà di reperimento arriva al 65%.
Mancano inoltre circa 670 mila diplomati tecnici e 120 mila laureati provenienti dagli ITS.
Le cause di questo fenomeno sono diverse: il calo demografico, la formazione spesso non adeguata alle esigenze delle imprese e, non da ultimo, i salari bassi e le limitate prospettive di carriera.
Per questo motivo ogni anno molti giovani scelgono di lasciare il proprio territorio o il Paese: si stima che tra 60 mila e 80 mila giovani abbiano abbandonato il Sud negli ultimi anni.
L’espansione della gig economy
Un altro fenomeno in crescita è quello dei gig jobs, cioè la cosiddetta economia dei lavoretti.
Il termine deriva dal gergo dei musicisti e indicava originariamente una singola esibizione o un concerto; oggi viene utilizzato per descrivere incarichi temporanei, flessibili e spesso richiesti “on demand”.
Tra questi lavori rientrano i rider e i servizi di consegna, il ridesharing, i servizi domestici e di piccola manutenzione, il pet sitting, il dog walking, ma anche attività come l’insegnamento o il tutoraggio online e varie professioni creative freelance, come video editor o copywriter.
Si tratta tuttavia di lavori spesso caratterizzati da redditi bassi e scarse tutele.
Il rischio di una precarietà permanente
In conclusione, l’enfasi sui numeri dell’occupazione rischia di nascondere una realtà più complessa: quella di persone che lavorano ma restano povere e di una generazione di giovani che si sente spesso abbandonata.
Per molti NEET, le prospettive sembrano ridursi a una precarietà permanente o alla dipendenza dai sussidi.
Resta quindi una domanda di fondo: un mercato del lavoro con queste caratteristiche sarà in grado di affrontare le sfide future, a partire dall’impatto dell’intelligenza artificiale, che potrebbe ridurre molti posti di lavoro tradizionali?
Senza investimenti significativi nella ricerca, nell’università e nella formazione, senza un aumento dei salari e senza politiche capaci di favorire l’occupazione femminile — attraverso servizi come asili nido e strutture sociali — il mercato del lavoro italiano rischia di rimanere vulnerabile agli shock economici esterni.
Proprio in questi giorni, ad esempio, il conflitto tra Stati Uniti e Iran potrebbe avere ripercussioni economiche importanti se dovesse protrarsi nel tempo. È quindi un motivo in più per non limitarsi a celebrare i numeri dell’occupazione, ma per costruire un progetto solido e duraturo per il lavoro in Italia.
