Elia, il cattolicesimo democratico e il referendum
di Marco Olivetti
Strumentalizzare il nome dei morti per sostenere una posizione politica che non ci si sente di appoggiare solo sulla propria autorevolezza o mediocrità è moralmente squallido.
È quanto sta accadendo in questi giorni con una posizione di Leopoldo Elia durante i lavori della Bicamerale D’Alema a proposito di un emendamento sulla divisione del CSM in due sezioni. Una posizione che viene presa a base di un invito a votare No nel prossimo referendum, proprio in nome di Elia.
Io non so francamente come oggi avrebbe ragionato Leopoldo Elia sulla separazione delle carriere e sulla riforma del CSM. Non credo che nessuno possa saperlo. Il contesto di oggi è troppo diverso dal 1998: ad es. il gigantesco conflitto di interessi coagulato attorno a Berlusconi appartiene alla storia e non al presente e quel conflitto – che non era un dato transeunte, ma un fenomeno strutturale della politica italiana di quegli anni – spiega quella posizione. Certo questo non è un tema su cui è possibile rinvenire nel pensiero di Elia una indicazione stabile.
Ho collaborato per una decina d’anni col prof. Elia e fra le lezioni principali che mi ha trasmesso, oltre ad una grande sapienza e prudenza, vi era l’onestà intellettuale. Che manca del tutto a chi oggi strumentalizza un episodio politico per manifestare un segno di vitalità culturale. Credo che questo proprio il professore non sarebbe riuscito ad apprezzarlo e penso anche che invocare il cattolicesimo democratico su questa vicenda sia solo un modo per sporcare una tradizione a suo tempo nobile e nella quale non pochi (fra cui Martinazzoli) avevano idee almeno in parte diverse.
Ma il punto sta qui: non possiamo non imparare dai maestri, ma non possiamo strumentalizzarli. Possiamo e dobbiamo usare solo la nostra piccola o grande credibilità per ragionare ed argomentare. Il di più viene dal maligno.
[Pubblicato ieri su Avvenire e postato sul orofilo Fb dell’autore]
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Risposta di Enzo Balboni
Come promotore, insieme a Lucio D’Ubaldo, dell’Appello per il NO nel solco di Leopoldo Elia, cerco di rispondere pacatamente, e con argomenti, all’aperta e ingenerosa accusa di Marco Olivetti di voler strumentalizzare il pensiero di un maestro scomparso ai fini di una battaglia politica contingente (confronta Avvenire e Facebook del 19 marzo).
Quanto al metodo, a me sembra che aver riportato tra virgolette una dichiarazione pubblica – agli atti di una Commissione bicamerale sulle riforme costituzionali della quale Elia era vicepresidente nel 1997 – non sia un procedimento manipolatorio, in una circostanza non simile ma uguale, che riguarda l’oggi.
Elia, che pesava ogni parola, dichiara in una sede solenne, “…in coerenza con opinioni fortemente meditate”, di esprimere la sua “opinione contraria all’articolazione del CSM in due sezioni: una per i magistrati giudici e l’altra per i magistrati pubblici ministeri, ritenendo che questa disgiunzione rappresenti una fuga in avanti e non garantisca quegli effetti positivi che da essa deriverebbero secondo i sostenitori di questa riforma”.
Mi pare un pensiero molto chiaro; ed equivale ad una banalizzazione opinare, come fa il mio interlocutore, che il contesto odierno è troppo diverso da quello del 1998, sul quale incombeva – si proclama, dicendo il vero – il gigantesco conflitto di interessi coagulato attorno a Berlusconi.
Sarebbe, allora, il fantasma di Berlusconi a spiegare quella posizione? Dire questo significa, a mio avviso, sminuire anzi annichilire la capacità di ben pensare politicamente di Leopoldo Elia, che era al tempo stesso prudente ma coraggioso e sempre sapienziale.
Dunque, nessuna strumentalizzazione, ma solo un aggiornamento alle tematiche odierne. Sarei osceno, e stupido, se scrivessi che Elia vivo voterebbe No al referendum; ma con gli amici del mondo del cattolicesimo democratico osiamo dire che, ponendoci nel solco del suo alto pensiero, ci opponiamo a questa manomissione della Costituzione.
