Milano, 28 feb. (askanews) – Occhi puntati sul prezzo del petrolio lunedì all’apertura dei mercati dopo l’attacco militare di Usa e Iran contro l’Iran. La preoccupazione principale per gli operatori è la possibile chiusura da parte di Teheran dello Stretto di Hormuz: da qui passa un terzo del totale delle esportazioni mondiali di petrolio trasportate via mare. Intanto, secondo indiscrezioni di stampa, i Paesi membri dell’Opec+, nella riunione di domani che era già stata programmata, potrebbe valutare un aumento più consistente della produzione di petrolio rispetto a quanto preventivato. Si vedrà se il possibile “maxi-aumento” sarà sufficiente a stabilizzare il mercato.
L’attacco all’Iran “ha sicuramente ripercussioni più ampie rispetto al Venezuela”, ha affermato Florian Weidinger, CIO di Santa Lucia Asset Management, riporta Cnbc. “Ecco perché il rischio è maggiore. Ci si aspetta che il prezzo del petrolio aumenti in modo più violento la prossima settimana”. “Il Venezuela era una storia di produzione. L’Iran è una storia di strozzature”, ha spiegato Kenneth Goh di UOB Kay Hian, il più grande broker di Singapore.
Lo Stretto di Hormuz, che collega il Golfo Persico al Golfo di Oman, è riconosciuto come uno dei punti nevralgici più importanti al mondo per il petrolio. Secondo i dati della società di ricerche di mercato Kpler, nel 2025 circa 13 milioni di barili al giorno di greggio hanno transitato nello Stretto, rappresentando circa il 31% dei flussi globali di petrolio trasportati via mare. A giugno 2025, quando Israele ha attaccato i siti nucleari iraniani, il prezzo del petrolio ha subìto un forte calo per poi recuperare una volta chiarito che lo Stretto non era stato chiuso. “Questo è il modello a cui faranno riferimento i mercati lunedì”, ha affermato Goh, aggiungendo che potrebbe verificarsi una fuga verso beni rifugio con un rafforzamento del dollaro, dello yen giapponese e una corsa all’oro.
