L’Italia del secondo dopoguerra emerse dal conflitto come un paese profondamente provato: alle devastazioni materiali si sommarono le macerie morali accumulate durante il ventennio fascista, responsabile dell’autoritarismo culturale e della marginalizzazione di vasti strati sociali. In tale quadro, la ricostruzione non poté limitarsi al rilancio economico o infrastrutturale: essa prese forma soprattutto come un progetto di rigenerazione civile e democratica, fondato sul riconoscimento della cittadinanza repubblicana e sull’urgenza di affrontare l’elevatissimo tasso di analfabetismo che, ancora negli anni ’40, impediva a milioni di italiani l’accesso alla partecipazione politica, alla mobilità sociale e all’esercizio pieno dei diritti.
Ricostruzione democratica e centralità dell’alfabetizzazione
Nel nuovo clima politico, segnato dalla nascita della Repubblica e dalla stesura della Costituzione, l’alfabetizzazione divenne uno dei pilastri della democratizzazione del paese. Fu interpretata non soltanto come risposta a un’emergenza educativa, ma come fondamento di un progetto di cittadinanza attiva, basato sull’idea che l’istruzione fosse condizione imprescindibile per l’inclusione e la partecipazione sociale.
L’impegno coinvolse una pluralità di attori – partiti politici, sindacati, movimenti sociali, associazioni e iniziative locali – che diedero vita a una rete diffusa di attività educative rivolte agli adulti, ai lavoratori e ai ceti popolari. Attraverso la sua organizzazione capillare delle parrocchie e degli oratori, anche la Chiesa fornì un grande supporto. La partecipazione democratica nelle diverse organizzazioni sociali costituì la cornice dinamica in cui si sviluppò quel patto collettivo tra classe dirigente, istituzioni e cittadini che riuscì a portare l’Italia “fuori dall’abisso” (si fa riferimento al titolo di un recente volume di Mark Gilbert, edito da Rizzoli).
Costituente e Costituzione: il dibattito sull’istruzione
Il dibattito all’interno dell’Assemblea Costituente confermò il ruolo cruciale dell’istruzione come strumento di uguaglianza e coesione. Le diverse culture politiche – cattolica, comunista e liberale – si confrontarono sulle forme e le finalità dell’educazione nella nuova Italia repubblicana.
Gli articoli 3, 33 e 34 della Costituzione tradussero tali riflessioni in principi giuridici fondamentali, divenendo il manifesto di una pedagogia della cittadinanza. In questo quadro si inserì l’introduzione, nel 1958, dell’educazione civica, fortemente voluta da Aldo Moro come strumento di formazione alla cittadinanza e di interiorizzazione dei valori repubblicani.
Le riforme degli anni ’50 e ’60: la scuola come specchio della trasformazione sociale
Il rapido mutamento socioeconomico della società italiana -industrializzazione, migrazioni interne, emancipazione femminile, innovazioni tecnologiche – rese necessaria una profonda riforma del sistema scolastico.
Con la legge che istituì la scuola media unica (1962) venne esteso l’obbligo scolastico e si tentò di superare la tradizionale divisione classista della scuola italiana. La riforma mirava a garantire pari opportunità formative e a ridefinire l’istruzione come strumento di mobilità sociale.
In questo scenario si collocano anche le sperimentazioni della televisione di Stato – “Telescuola” e il celebre “Non è mai troppo tardi” di Alberto Manzi – che contribuirono in modo decisivo alla diffusione dell’alfabetizzazione di massa.
I lavoratori e il diritto allo studio: il modello delle “150 ore”
Negli anni Settanta, la saldatura tra mondo del lavoro e processo formativo portò a una delle più significative innovazioni del dopoguerra: le “150 ore” di diritto allo studio, introdotte nel 1973 nel contratto dei metalmeccanici e successivamente estese a molti altri settori.
Esse riconoscevano ai lavoratori il diritto di dedicare una parte dell’orario di servizio alla formazione, con retribuzione garantita. Fu una conquista sindacale e culturale straordinaria, che permise a decine di migliaia di operai di completare l’istruzione di base e accedere ai gradi scolastici superiori.
Donne e alfabetizzazione: un percorso di emancipazione
Il ruolo delle donne fu decisivo. Dalla partecipazione alla Resistenza alla presenza nell’Assemblea Costituente, fino ai movimenti degli anni ’60 e ’70, l’istruzione rappresentò per molte un veicolo fondamentale di emancipazione.
Il sistema delle “150 ore”, sostenuto anche dai coordinamenti femminili della FLM, favorì la formazione delle lavoratrici, che intrapresero percorsi di alfabetizzazione e consapevolezza politica. Ciò contribuì alla nascita di nuovi spazi di riflessione e autoformazione femminile, segnando una svolta importante nella storia del movimento delle donne in Italia.
Educazione popolare e pedagogia democratica
La diffusione dell’alfabetizzazione fu alimentata anche dalle esperienze innovative dei movimenti di educazione popolare, ispirati da figure come Lorenzo Milani, Danilo Dolci, Aldo Capitini e altri. Le loro pratiche – dalle scuole popolari ai metodi partecipativi, fino all’alfabetizzazione critica – entrarono a far parte della riflessione pedagogica della Repubblica, contribuendo a ridurre il divario culturale e sociale
Crisi della partecipazione e necessità di una rinnovata pedagogia civile repubblicana
Questo processo, avviatosi nel secondo dopoguerra, fu un autentico laboratorio di cittadinanza democratica: la scuola divenne il principale luogo di emancipazione, partecipazione e riconoscimento dei diritti. L’inclusione scolastica e l’estensione del diritto allo studio alimentarono per decenni un profondo senso di appartenenza a una comunità e una diffusa fiducia nelle istituzioni, testimoniata anche dagli alti livelli di partecipazione elettorale.
Il confronto con l’oggi, segnato da un crescente astensionismo e da una progressiva sfiducia nella rappresentanza politica, mette in luce l’indebolimento di quelle infrastrutture culturali e civiche che avevano sorretto la crescita democratica del paese. La riduzione della partecipazione politica – compresa quella “invisibile”, misurata di recente dall’ISTAT e riferita al semplice informarsi e discutere di politica – non è soltanto un dato statistico, ma il sintomo di una crepa profonda nel rapporto fra cittadini e istituzioni. È un fenomeno che rischia di rivelarsi decisivo per il futuro del paese. In questi anni di disfunzioni istituzionali, infatti, il serbatoio di sfiducia si è riempito sempre più alimentando un sistema in cui i cittadini faticano a sentirsi rappresentati.
Ricostruire la trama del legame civico
In questa prospettiva, occorre ricondurre la politica al terreno della cultura, riannodare il filo di una pedagogia repubblicana e ricostruire la trama del legame civico, sanando una frattura che non può essere rimarginata attraverso forme di personalizzazione politica, narrazioni populiste o con ripetute modifiche della legge elettorale.
Riflettere sul nesso storico tra educazione e politica significa interrogarsi sulle condizioni che resero possibile quella straordinaria stagione di impegno civile e sulle ragioni per cui oggi tali condizioni appaiono indebolite.
La storia dell’Italia repubblicana ricorda che la democrazia è tanto più solida quanto più è diffusa la cultura che la sostiene. Anche nella complessità del tempo presente, dunque, l’istruzione e, con essa, i partiti e gli altri attori sociali – nel loro ruolo di mediazione e formazione – rimangono il cardine insostituibile per garantire partecipazione, consapevolezza e responsabilità.

