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martedì, 13 Gennaio, 2026
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India–Stati Uniti, un’alleanza sotto pressione

Dazi, rivalità asiatiche e spinte nazionaliste mettono alla prova l’asse Washington–New Delhi: tra diffidenze reciproche e interessi strategici convergenti, il dialogo resta aperto ma con più fragilità che in passato.

Una crisi regionale e una mediazione controversa

La scorsa primavera – come si ricorderà – due potenze nucleari asiatiche, India e Pakistan, sono entrate in rotta di collisione e per alcuni giorni i cieli sopra quei paesi hanno assistito ad uno scontro alquanto cruento. La sua conclusione è intervenuta in seguito ad una mediazione promossa e condotta da Donald Trump. Almeno, questa è la versione fornita dal presidente americano, ai tempi in piena ricerca del Nobel per la Pace.

A New Delhi corre voce che, a causa di quell’auto-attribuzione di un merito che invece Narendra Modi, il premier nazionalista indù, ritiene dovuto alla reazione indiana e alla forza della sua aviazione militare, il rapporto fra i due leader si sia deteriorato.

Probabilmente le non secondarie conseguenze che si sono registrate nei mesi successivi non hanno quello screzio quale unica motivazione, anche se la postura da uomo forte di entrambi i leader può lasciarlo credere.

Il nodo dei dazi e il fattore russo

Certamente molto di più hanno inciso i dazi. Lo “strumento preferito” di Trump ha creato un solco profondo nelle relazioni degli Stati Uniti con l’India, oggi la nazione più popolosa del mondo e fra quelle in maggior sviluppo economico (al di là delle enormi sacche di povertà e miseria tuttora presenti).

Aver raddoppiato i dazi sulle esportazioni indiane con la motivazione punitiva legata all’acquisto di petrolio che New Delhi prosegue con Mosca e, contemporaneamente, averli diminuiti alla Cina dopo i primi fuochi d’artificio intorno a percentuali abnormi – che avevano provocato una dura risposta da parte di Pechino – ha fatto infuriare Modi.

Il ritorno diplomatico in Cina

Che ha così deciso di partecipare alla Conferenza dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) dello scorso settembre, tenutasi a Tianjin. Era dal 2018 che non si recava in Cina e, anzi, fra il 2020 e il 2021 vi erano stati scontri fra gli eserciti dei due paesi nella regione himalayana del Ladakh, sulla quale Pechino nutre rivendicazioni territoriali.

Modi si è successivamente ben guardato dal partecipare all’imponente parata celebrativa dell’ottantesimo anniversario della fine della Seconda Guerra Mondiale – quella della famosa foto con Putin e il dittatore nordcoreano Kim Jong-un in ossequiosa conversazione con Xi Jinping, in mezzo a loro e vestito alla Mao Zedong e non all’occidentale come invece gli altri due – ma non si è sottratto a un bilaterale con Xi inteso ad attenuare i dissidi, nella comune consapevolezza che questo XXI secolo debba essere il “secolo dell’Asia”.

Competizione strategica e dossier irrisolti

In realtà, e i due leader lo sanno bene, il confronto per la superiorità in Asia è in pieno svolgimento e non sarà affatto semplice diminuirne l’intensità. I dossier aperti sono molteplici: dal transito concorrenziale per New Delhi della Belt and Road Initiative all’esplicito sostegno cinese al Pakistan, confermato anche durante la crisi dello scorso maggio.

Sino alla partecipazione indiana al Quad, l’organizzazione di cooperazione informale per la sicurezza con Stati Uniti, Giappone e Australia, che ha quale suo obiettivo proprio il contenimento dell’avanzata cinese nel Pacifico.

Un’alleanza necessaria ma fragile

Questioni spesse, non facilmente superabili. Anzi, proprio per la loro strategicità diventa molto improbabile immaginare, oggi, il loro superamento.

La novità, però, è la politica aggressiva della Casa Bianca nei confronti dei propri amici, anche di quegli alleati – come appunto l’India – che sono indispensabili per contrastare le ambizioni globali di Pechino. Con il suo viaggio in Cina, Modi ha certamente voluto inviare un messaggio forte a Trump. Non definitivo, però. I margini per un nuovo miglioramento delle relazioni fra Washington e New Delhi restano ampi.

Il secolo asiatico e l’incognita Trump

L’India nazionalista di Modi vuole ardentemente proporsi come superpotenza regionale. Non può tollerare un predominio cinese, tanto meno nell’area oceanica indiana. Gli Stati Uniti, per parte loro, non intendono perdere l’egemonia nel Pacifico garantita dalla VII Flotta (e pure dalla V). Dunque gli interessi strategici sono comuni.

Solo l’imprevedibilità di Trump e il suo atteggiamento arrogante, da signore feudale che ha a che fare con meri vassalli – assolutamente inaccettabile per l’orgogliosa e super-popolosa India – potrebbe affossare una collaborazione cresciuta nel tempo, soprattutto in questo secolo. Che, questo il presidente americano non vuole senz’altro riconoscere, sarà comunque il “secolo asiatico”.