HomeAskanewsIpotesi summit Xi-Trump-Putin pesa sul futuro dell’Ucraina

Ipotesi summit Xi-Trump-Putin pesa sul futuro dell’Ucraina

Roma, 11 ott. (askanews) – Per il momento è soltanto un’ipotesi, ma la possibilità che Donald Trump, Vladimir Putin e Xi Jinping si incontrino a margine del vertice dell’Asia-Pacific Economic Cooperation (Apec), in programma il 18 e 19 novembre a Shenzhen, in Cina, comincia ad assumere un significato particolare alla luce degli ultimi sviluppi diplomatici. La brusca svolta del presidente Usa nei confronti di Volodymyr Zelensky, la ripresa del dialogo economico tra Washington e Mosca e il crescente coinvolgimento della Cina negli equilibri internazionali suggeriscono infatti uno scenario nel quale un eventuale confronto tra i tre leader potrebbe incidere anche sulle prospettive della guerra in Ucraina. Un appuntamento che, significativamente, si collocherebbe quindici giorni dopo le elezioni di metà mandato americane del 3 novembre.

La possibilità del trilaterale è stata avanzata da Mosca già all’inizio di settembre. Il primo ottobre, intervenendo al Forum Valdai, Putin ha confermato personalmente la sua disponibilità. “Siamo assolutamente favorevoli”, ha dichiarato, aggiungendo che un incontro tra i tre leader sarebbe utile per “scambiare opinioni e chiarire le rispettive posizioni”. Il presidente russo ha tuttavia riconosciuto la necessità di definire un’agenda e sottolineato che l’iniziativa dipenderà soprattutto dalla Cina, in quanto Paese ospitante.

Da allora i segnali sono rimasti interlocutori. Il 6 ottobre il consigliere diplomatico del Cremlino Yuri Ushakov ha spiegato che l’idea è conosciuta da tutti e tre i presidenti, ma che non sono ancora cominciati preparativi concreti. Due giorni dopo, il portavoce Dmitry Peskov ha ammesso che Mosca non ha ancora formulato proposte per l’agenda. Il 10 ottobre, dopo una nuova telefonata tra Trump e Putin, Ushakov è tornato sulla questione, osservando che i due leader potrebbero trovare l’occasione di incontrarsi all’Apec, pur precisando che un bilaterale non era stato discusso durante la conversazione. Pechino, dal canto suo, mantiene il riserbo. Il 3 ottobre, interrogato espressamente sull’ipotesi del trilaterale, il portavoce del ministero degli Esteri Guo Jiakun ha risposto di non avere “informazioni da fornire al momento”.

A rendere politicamente più significativa questa prospettiva è soprattutto l’accelerazione impressa da Trump ai rapporti con Putin. Il 9 ottobre, dopo una conversazione telefonica con il presidente russo, il leader americano ha annunciato un’intesa per immettere immediatamente sul mercato statunitense e internazionale 300mila tonnellate di diesel russo, con ulteriori forniture previste nei mesi successivi. Washington ha accompagnato l’accordo con un allentamento temporaneo delle restrizioni sulle esportazioni di diesel dalla Russia, formalizzato dal dipartimento del Tesoro. Una decisione che attenua la pressione economica su Mosca proprio mentre la guerra continua.

L’iniziativa risponde anche a un’esigenza politica interna. L’impennata dei prezzi energetici, aggravata dalla guerra con l’Iran e dalle perturbazioni delle forniture internazionali, pesa sull’economia americana a poche settimane dalle elezioni per il rinnovo del Congresso. Trump punta a contenere il costo del carburante, particolarmente importante per agricoltori e trasportatori, anche attraverso un’intesa con la Russia. Il prezzo politico di questa scelta si sta però manifestando nei rapporti con Kiev.

Ieri Trump è arrivato a chiedere apertamente un cambio alla guida dell’Ucraina, sostenendo che Zelensky avrebbe potuto concludere un accordo di pace in numerose occasioni. Il presidente americano ha inoltre accusato Kiev di contribuire alla crisi energetica mondiale con gli attacchi alle raffinerie russe. Secondo il Financial Times, durante i colloqui di Miami gli emissari americani Steve Witkoff e Jared Kushner avrebbero prospettato agli ucraini conseguenze sulla condivisione delle informazioni di intelligence qualora gli attacchi proseguissero. Zelensky ha denunciato l’intesa sul diesel come una decisione che favorisce la Russia, ma oggi ha ribadito la disponibilità a sospendere i bombardamenti sulle raffinerie russe, a condizione che Mosca interrompa quelli contro le infrastrutture energetiche ucraine.

E’ in questo contesto che un eventuale vertice Trump-Putin-Xi potrebbe assumere una dimensione strategica più ampia. La convergenza tra Washington e Mosca sul terreno energetico, pur non accompagnata da progressi concreti nel negoziato di pace, potrebbe rappresentare un primo elemento di un dialogo destinato ad allargarsi alla sicurezza internazionale. E la Cina potrebbe diventare un interlocutore centrale anche sulla guerra in Ucraina. Lo stesso Putin, al Forum Valdai, ha riconosciuto esplicitamente che Pechino può contribuire alla ricerca di una soluzione diplomatica, grazie al suo crescente peso economico e militare.

Del resto, un primo possibile argomento per il trilaterale è già stato messo sul tavolo da Washington. Durante la visita di Stato di Xi Jinping negli Stati uniti del 23-25 settembre, Trump ha proposto l’avvio di negoziati a tre con Russia e Cina sul controllo degli armamenti nucleari. Lo riferisce un documento ufficiale della Casa Bianca, che indica la stabilità strategica come uno degli obiettivi del nuovo dialogo sino-americano. Pechino non ha tuttavia annunciato la propria adesione alla proposta e ha finora mostrato riluttanza ad accettare un negoziato nucleare trilaterale, considerando il proprio arsenale nettamente inferiore a quelli americano e russo.

Il possibile incontro di Shenzhen potrebbe dunque offrire a Trump l’occasione di affrontare con Putin e Xi questioni tra loro collegate: guerra in Ucraina, sicurezza strategica, rapporti economici e stabilità dei mercati energetici. Per Putin sarebbe anche un’opportunità per ribadire il ruolo della Russia come interlocutore indispensabile negli equilibri internazionali, mentre Xi potrebbe utilizzare il summit per consolidare l’immagine della Cina come potenza capace di dialogare contemporaneamente con Washington e Mosca.

Il rischio, dal punto di vista ucraino ed europeo, è che il futuro della guerra venga inserito in una trattativa più vasta tra grandi potenze, nella quale gli interessi di Kiev finirebbero per essere subordinati ad accordi su altri dossier. Non sarebbe necessariamente un negoziato di pace condotto senza l’Ucraina, ma potrebbe modificarne gli equilibri prima ancora dell’apertura di un vero tavolo diplomatico. Uno scenario tanto più delicato dopo le recenti dichiarazioni di Trump, che sembrano attribuire a Zelensky, anziché alla Russia che ha invaso il Paese, la principale responsabilità dello stallo negoziale.

Resta però un elemento essenziale di incertezza. Non esistono al momento conferme che Washington, Mosca e Pechino stiano preparando un accordo complessivo, né prove che la nuova linea americana sull’Ucraina sia stata concepita in funzione del possibile trilaterale. Inoltre, Putin non ha ancora offerto contropartite concrete per la ripresa dei negoziati di pace, mentre la Cina non ha manifestato pubblicamente la volontà di promuovere l’incontro.

La sequenza politica dei prossimi quaranta giorni potrebbe comunque essere decisiva. Prima del 3 novembre Trump deve confrontarsi con le conseguenze elettorali della crisi energetica e della propria politica estera. Dopo il voto, l’Apec potrebbe offrire un’occasione per trasformare una serie di contatti bilaterali in un dialogo diretto tra le tre potenze. L’interrogativo è se questo eventuale passaggio possa contribuire a sbloccare la guerra in Ucraina oppure finire per spostare il centro delle decisioni da Kiev e dalle capitali europee a un negoziato sugli equilibri globali tra Washington, Mosca e Pechino.