HomeAskanewsIran, ex Mossad: "Non si arriverà ad accordo sul nucleare"

Iran, ex Mossad: "Non si arriverà ad accordo sul nucleare"

Tel Aviv, 8 lug. (askanews) – “Non si arriverà ad un accordo sul nucleare tra Stati Uniti e Iran”. È la valutazione di Sima Shine, ricercatrice presso l’Istituto di Studi sulla Sicurezza Nazionale (INSS) ed ex capo della Divisione Ricerca e Valutazione del Mossad, che ha commentato con una delegazione di giornalisti italiani l’evoluzione dei negoziati tra Washington e Teheran successivi alla firma del Memorandum of Understanding (MoU).

Secondo l’analista israeliana, nonostante il dialogo in corso, le posizioni delle due parti restano troppo distanti per consentire un’intesa sul dossier nucleare. Le sue dichiarazioni arrivano mentre le tensioni tra Stati Uniti e Iran tornano a crescere: Washington ha colpito la scorsa notte, con finalità “punitiva”, obiettivi iraniani in risposta agli attacchi condotti da Teheran contro tre navi commerciali nello Stretto di Hormuz.

Sebbene gli incontri di Islamabad abbiano rappresentato un passo in avanti, consentendo un nuovo confronto ad alto livello tra le delegazioni statunitense e iraniana, secondo Shine una soluzione alle tensioni tra Teheran e Washington resta ancora lontana. A suo avviso, il Memorandum of Understanding è nato soprattutto dalla volontà condivisa di interrompere il conflitto, più che dal superamento delle divergenze tra le parti. “Entrambe le parti avevano quindi interesse a fermarsi, ed è per questo che si è arrivati al Memorandum of Understanding”, ha spiegato l’analista ad askanews e agli altri media italiani.

Le difficoltà, per l’ex Mossad, sono molteplici. “Prima di tutto, entrambe le parti hanno delle linee rosse sulla questione nucleare”, ha osservato Shine, sottolineando come “la vera domanda è se americani e iraniani saranno disposti ad abbandonarle”. “Gli americani affermano di essere disposti a consentire la diluizione dell’uranio arricchito, senza trasferirlo in un Paese terzo”, ha illustrato Shine, specificando tuttavia che questo “sarebbe accettabile” per Washington “solo se il livello finale fosse probabilmente quello dell’uranio naturale”. Una soluzione “difficile” da accettare per Teheran.

Le distanze non si esauriscono qui per Shine. Gli Stati Uniti, infatti, “chiedono un lungo periodo durante il quale l’Iran non possa effettuare alcun arricchimento dell’uranio”, un’opzione che, secondo le sue valutazioni, gli iraniani non sarebbero disposti ad accettare, prediligendo “una sospensione di breve durata”.

In questo contesto, ha proseguito Shine, l’obiettivo del presidente statunitense Donald Trump di ottenere un’intesa più favorevole rispetto all’accordo sul nucleare raggiunto durante l’amministrazione di Barack Obama appare estremamente difficile da conseguire. “Trump ha bisogno di ottenere un accordo migliore rispetto a quello raggiunto da Obama. Ed è estremamente difficile”, ha sostenuto l’analista, “non perché l’accordo di Obama fosse perfetto, ma perché oggi gli iraniani non sono più disposti a tornare alle condizioni di allora”. Secondo Shine, Teheran ritiene inoltre di poter negoziare ora da una posizione di maggiore forza grazie al controllo esercitato sullo Stretto di Hormuz, “che rappresenta una minaccia molto seria per la strategia di Trump”, e di poter così ottenere concessioni più favorevoli dall’attuale amministrazione americana.

Ciononostante, Shine ha condiviso che “la prossima settimana dovrebbe svolgersi un nuovo incontro” tra le parti. Un “appuntamento tecnico tra funzionari” la cui fattibilità rischia di essere compromessa a causa della nuova escalation militare tra i due Paesi.

Sul piano interno iraniano, Shine ha inoltre invitato alla cautela rispetto all’ipotesi di un cambio di regime favorito dall’esterno. “Non si cambia un regime bombardandolo dall’aria”, ha affermato l’ex Mossad, respingendo l’idea che le operazioni militari possano di per sé provocare la caduta della Repubblica islamica. Secondo l’ex responsabile della Ricerca e Valutazione del Mossad, il sistema politico iraniano continua infatti a funzionare, nonostante le tensioni interne tra le componenti più radicali, rappresentate dalle Guardie Rivoluzionarie, e quelle più pragmatiche che fanno riferimento al presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf e al ministro degli Esteri Abbas Araghchi.

Shine ha ricordato di aver sostenuto anche prima del conflitto che “l’eliminazione di Khamenei non avrebbe cambiato il regime”, poiché “si tratta di un sistema, non di una persona”. Da qui anche la critica alle aspettative riposte da alcuni leader politici nelle capacità dell’intelligence israeliana. “Provengo dal Mossad e considero il Mossad un’organizzazione straordinaria. Può fare moltissime cose, e ne ha fatte molte. Ma non può cambiare il regime iraniano”, ha dichiarato la ricercatrice.

Per Shine, un eventuale cambiamento potrà avvenire soltanto attraverso dinamiche interne al Paese e non come conseguenza di un intervento militare esterno. Secondo l’analista israeliana, le proteste di gennaio e le dichiarazioni di sostegno rivolte da Donald Trump ai manifestanti avevano alimentato nella popolazione iraniana l’aspettativa di un possibile intervento americano. Una prospettiva che, tuttavia, non si è concretizzata. Oggi, secondo Shine, molti iraniani si sentono “traditi” dal presidente statunitense, mentre il timore di una nuova dura repressione da parte del regime di Teheran continua a rappresentare un forte deterrente alla mobilitazione popolare.

(di Lorenzo Della Corte)