HomeAskanewsIran, Meloni rassicura (via radio): non entreremo in guerra

Iran, Meloni rassicura (via radio): non entreremo in guerra

Roma, 5 mar. (askanews) – La faccia ce la metterà mercoledì prossimo, quando parlerà nel luogo istituzionalmente preposto per questo tipo di comunicazioni e confacente alla gravità del momento. Intanto, Giorgia Meloni ci ha messo la voce, per lanciare un messaggio fortemente politico sulla crisi che sta incendiando il Medio Oriente e i Paesi del Golfo dopo l’attacco di Usa e Israele all’Iran, ma anche per rassicurare l’opinione pubblica che vede l’escalation lambire sempre più l’Europa: “Non siamo in guerra e non vogliamo entrare in guerra”.

La presidente del Consiglio si collega di buon mattino con Rtl 102.5, dopo essere stata la sera precedente al Quirinale per confrontarsi con il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, e poche ore prima che i ministri degli Esteri e della Difesa, Antonio Tajani e Guido Crosetto, si rechino a Camera e Senato per quel passaggio parlamentare che, attraverso il via libera alla risoluzione di maggioranza, fornisce la cornice legislativa necessaria all’invio nei Paesi del Golfo e a Cipro di assetti difensivi come sistemi di difesa area, anti-drone e anti-missilistici. Un tema centrale che in giornata è stato anche al centro della telefonata che il presidente francese, Emmanuel Macron, ha fatto alla premier e nella quale si è “ribadito il comune impegno per sostenere” quell’area. “L’Italia, come Regno Unito, Francia e Germania, intende inviare aiuti ai paesi del Golfo” e questo, spiega Meloni, “non solo perché sono nazioni amiche” ma soprattutto perché lì “ci sono decine di migliaia di italiani, anche militari, che vogliamo e dobbiamo proteggere”. Nel corso della giornata la premier ha sentito anche il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky.

Una scelta, quella della premier di intervenire per una mezz’ora abbondante in radio a dispetto di tutte le richieste di andare in Parlamento avanzate in questi giorni, che viene da subito contestata dalle opposizioni. Che avrebbero voluto vedere la premier dire dai banchi del governo ciò che invece spiega via etere. Ossia che è in atto una “crisi sempre più evidente del diritto internazionale” e “degli organismi multilaterali” che sta “generando un mondo sempre più governato dal caos” e che l’esecutivo è “preoccupato” per la “reazione scomposta” di Teheran che “comporta il rischio di un’escalation dalle conseguenze totalmente imprevedibili”, con “ripercussioni” anche sull’Italia soprattutto sul fronte economico (a cominciare dal costo dell’energia e dai rischi di speculazione sugli alimenti). Ma, soprattutto, sempre in radio, Giorgia Meloni risponde a un’altra domanda che in questi giorni le opposizioni le hanno rivolto con insistenza: quella sull’uso delle basi. La presidente del Consiglio ricorda che l’utilizzo è concesso “in virtù di accordi che risalgono al 1954” che si attuano quando “si parla di logistica e di cosiddette operazioni non cinetiche, ovvero di non bombardamento”. E se arrivassero richieste per altri usi che “ad oggi” non ci sono? Meloni ricorda che la competenza “sul decidere se concedere o no un utilizzo più esteso sarebbe del Governo” ma assicura che è sua intenzione nel caso coinvolgere le Camere.

Quelle stesse Camere nelle quali Meloni si presenterà mercoledì, dopo le pressanti proteste dell’opposizione. Che, per la verità, non si placano nemmeno dopo l’annuncio dato dal ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, della “disponibilità” della premier a presentarsi. Le comunicazioni della prossima settimana, infatti, anticipano e assorbono – estendendole anche alla situazione in Medio Oriente – quelle che la presidente del Consiglio avrebbe comunque dovuto rendere a Camera e Senato in vista del prossimo Consiglio europeo del 19 marzo. Per il capogruppo dem al Senato, Francesco Boccia, “siamo di fronte ad un uso ‘a la carte’ del Parlamento”. A suo giudizio l’idea di abbinare le due cose “fa sorgere un solo sospetto, ossia che nella settimana del referendum non voglia dibattiti in Aula. È preoccupata non per il Paese, non per l’Iran ma per il referendum”.