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Iran, Usa vogliono resa incondizionata ma senza regime change

Roma, 6 mar. (askanews) – Resa incondizionata ma nessun cambio di regime: le prospettive postbelliche iraniane dell’Amministrazione Trump sembrano iniziare ad assumere dei contorni più definiti, almeno a sentire le ultime dichiarazioni della Casa Bianca e del Dipartimento di Stato.

E tuttavia “definito” non vuol dire certo facile o scontato, né le dinamiche interne del potere iraniano si prestano ad una facile analisi – in sostanza, malgrado il parallelo avanzato dallo stesso Trump, l’Iran non è il Venezuela e una transizione di quel genere appare assai meno probabile di quanto non dichiari il presidente Usa.

Ieri, nelle conversazioni con gli omologhi arabi, Rubio ha sottolineato ancora una volta che l’obbiettivo di Washington non è tanto un “regime change”, quanto un cambio di dirigenza che metta ai vertici una parte di apparato statale meglio disposto nei confronti di Washington e dei Paesi vicini; e va da sé che per mantenersi questa fazione avrà bisogno del controllo della forza, e quindi si sta parlando di una parte consistente dei Guardiani della Rivoluzione.

Nello scenario ipotizzato dalla Casa Bianca i pasdaran – o almeno un’ala sufficientemente consistente – dovrebbero quindi fare la parte dell’esercito venezuelano, rimasto peraltro ben saldo alla guida delle risorse petrolifere del Paese. Trump da parte sua ha aggiunto oggi di non avere nulla in contrario ad una leadership religiosa, purché ugualmente malleabile; e in questo senso, la scelta non ancora ufficializzata della nuova Guida Suprema rappresenterà da parte di Teheran un segnale importante.

Al momento Washington ha smentito le voci di mediazioni in corso arrivate dalla dirigenza iraniana: lo stesso Rubio ha sottolineato come in questo momento le trattative ostacolerebbero le operazioni militari, sposando quindi la tesi della resa incondizionata come precondizione per un dialogo.

Il fattore determinante sembra quindi essere la durata del conflitto: Rubio ha parlato di “diverse settimane”, a un ritmo che però gli Stati Uniti – e Israele, per non parlare dei Paesi del Golfo – difficilmente potranno sostenere nel lungo periodo; occorre vedere quanto Teheran riterrà di poter resistere per poi, se necessario, sedersi a un tavolo con una diversa e più forte posizione negoziale.