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Iraq nel mirino: quali contingenti stranieri, da quali Paesi

Roma, 13 mar. (askanews) – Nell’ambito del conflitto iraniano, la presenza militare straniera nel vicino Iraq è divenuta un punto focale. Gli attacchi con droni alla base italiana di Erbil, nel Kurdistan iracheno, senza vittime, e quello contro il contingente francese, che ha provocato la morte di un militare transalpino, pongono il tema della permanenza di contingenti internazionali all’interno del paese che è stato martoriato da decenni di guerre, rivolte interne, terrorismo.

La presenza militare straniera in Iraq nel 2026 si presenta molto diversificata rispetto agli anni della guerra aperta contro lo Stato islamico, ma resta significativa e articolata. Il quadro attuale è segnato da una progressiva riduzione della missione della coalizione internazionale guidata dagli Stati uniti, da un consolidamento della Nato Mission Iraq con compiti non-combat di advisory e capacity building, e dalla permanenza di alcuni dispositivi nazionali o bilaterali, a cominciare da quello turco nel nord del paese. A rendere complessa una ricostruzione precisa di questa presenza sono soprattutto due fattori: da un lato la sovrapposizione tra missioni diverse, dall’altro la riluttanza di diversi governi a pubblicare numeri aggiornati e puntuali sugli effettivi dispiegati sul terreno.

UN DOPPIO BINARIO: COALIZIONE E NATO

Il primo elemento da chiarire è che la presenza straniera in Iraq oggi si regge su due architetture principali. La prima è quella della coalizione anti-Isis guidata da Washington, cioè la Combined Joint Task Force-Operation Inherent Resolve, nata nel 2014 per sostenere Baghdad nella lotta contro lo Stato islamico. La seconda è la Nato Mission Iraq, lanciata nel 2018 e avviata nello stesso anno a Baghdad come missione non-combat, con compiti di addestramento, consulenza e rafforzamento delle istituzioni della difesa irachene.

Negli ultimi diciotto mesi il peso relativo delle due strutture è cambiato. Stati uniti e Iraq hanno concordato nel 2024 una transizione che prevede la conclusione della missione militare della coalizione in Iraq entro settembre 2025, ma ciò non ha significato una scomparsa totale della presenza militare straniera. Piuttosto, si è assistito a una riconfigurazione: meno dispositivo direttamente legato alla campagna anti-Isis, più cooperazione bilaterale e più enfasi sulla missione Nato. Per questo, nel 2026, la presenza straniera in Iraq è più ristretta rispetto al passato, ma non marginale.

GLI STATI UNITI: TRA RIDUZIONE E PERMANENZA

Gli Stati uniti restano il paese straniero con la presenza militare più rilevante in Iraq, anche se molto ridotta rispetto agli anni precedenti. Senza calcolare il precedente ruolo di paese occupante, dopo la Seconda guerra del Golfo, il contingente americano è presente dal 2014 nel quadro di Operation Inherent Resolve. All’inizio del 2025 varie ricostruzioni giornalistiche indicavano una forza di circa 2.500 uomini in Iraq, successivamente avviata a una riduzione sotto quota 2.000 nell’ambito del processo concordato con Baghdad. Un dato ufficiale pubblico, preciso e aggiornato a marzo 2026, non risulta però disponibile.

Dal punto di vista geografico, il baricentro della presenza americana si è spostato sempre più verso Erbil, nel Kurdistan iracheno, mentre Baghdad mantiene una funzione politico-militare e di raccordo, e siti come Ain al-Asad hanno conosciuto una fase di ridimensionamento o trasferimento di responsabilità. La presenza Usa non va quindi letta come un ritiro completo, ma come il passaggio da una missione di coalizione più ampia a un assetto più leggero, più selettivo e più incardinato sul rapporto bilaterale con il governo iracheno e con le autorità curde.

L’ITALIA TRA ERBIL E BAGHDAD

L’Italia è tra i paesi europei più presenti in Iraq e continua a svolgere un ruolo rilevante sia nella cornice della coalizione anti-Daesh sia in quella della Nato Mission Iraq. Il nome della missione italiana è Operazione Prima Parthica, avviata il 14 ottobre 2014 e oggi agli ordini del colonnello Stefano Pizzotti. Il baricentro operativo italiano è Erbil, dove Camp Singara ospita il comando del contingente nazionale terrestre, ma una presenza italiana è anche a Baghdad, soprattutto nell’ambito della Nato Mission Iraq e delle strutture di supporto diplomatico e operativo come Union III e il Baghdad Diplomatic Support Center.

Per quanto riguarda i numeri, attualmente il contingente è stato fortemente ridotto. A fronte di un’autorizzazione parlamentare 2025 data per 1.270 unità, a quanto ha affermato oggi il ministro della Difesa Guido Crosetto, il personale già ridimensionato in via precauzionale, ammonterebbe al momento a 141 unità che si stanno ridislocando temporaneamente. 102 soldati sono stati riportati in Italia, altri 75 sono stati spostati in Giordania.

LA SPAGNA A BESMAYAH

Madrid partecipa dal 2015 alla missione di supporto all’Iraq, integrata sia nella coalizione anti-Isis sia nella Nato Mission Iraq. Secondo il ministero della Difesa spagnolo, il contingente conta attualmente 370 uomini. La maggior parte è schierata nella base di Besmayah, mentre il resto è distribuito tra Baghdad e Taji. Roma, 13 mar. (askanews) – La presenza spagnola si concentra in attività di formazione e assistenza, in linea con la trasformazione complessiva della presenza straniera in Iraq da missione di combattimento ad azione di supporto e addestramento.

GERMANIA E OLANDA, PRESENZA STRUTTURATA

Anche la Germania mantiene una presenza militare in Iraq, sebbene il dato pubblico più chiaro sia quello del tetto massimo autorizzato e non degli effettivi schierati nel paese. Berlino partecipa dal 2015 al dispositivo anti-Isis e dal 2020 alla Nato Mission Iraq. Il mandato tedesco autorizza fino a 500 militari nel teatro Giordania-Iraq, ma la stessa Bundeswehr chiarisce che il grosso del personale è dislocato tra al Azraq in Giordania ed Erbil in Iraq, con singoli elementi anche a Baghdad. Ne consegue che il numero effettivo di soldati tedeschi oggi presenti sul suolo iracheno è verosimilmente inferiore al massimo autorizzato, ma non risulta pubblicato in forma dettagliata.

Più trasparente appare la posizione dei Paesi Bassi, presenti in Iraq dal 2014 nel quadro della lotta contro Isis. L’Aja distingue tra la propria presenza nella Nato Mission Iraq a Baghdad, il contributo alla Joint Operational Command Advisory Team (Jocat) a Erbil, il sostegno al Ministero degli Affari Peshmerga curdo e una piccola componente di supporto nazionale tra Baghdad ed Erbil. Le cifre rese note indicano fino a 20 advisor militari e civili per la missione Nato a Baghdad, 5 militari a Erbil per il Jocat, 1 advisor presso il ministero dei Peshmerga e 5 militari del National Support Element. Un aggiornamento operativo di inizio 2026 parla in modo ancora più netto di 15 militari olandesi a Baghdad e 5 a Erbil, con l’elemento di supporto a cavallo dei due poli.

FRANCIA E REGNO UNITO, PRESENZA CONSISTENTE MA NUMERI OPACHI

La Francia opera dal 19 settembre 2014 nel quadro di Opération Chammal, il proprio contributo a Inherent Resolve. La presenza francese in Iraq è legata in particolare a Baghdad, al Baghdad Diplomatic Support Center e alle attività di formazione svolte nell’area di Union III. Il dato di 600-900 militari spesso citato per Chammal riguarda però l’insieme del dispositivo francese nella regione, compresi assetti aerei e navali, e non permette di isolare con precisione gli effettivi presenti in Iraq.

Analoga la situazione britannica. Londra è presente dal 2014 con Operation Shader e ha chiarito che intende proseguire il sostegno alla sicurezza irachena anche dopo la conclusione della missione militare della coalizione. La presenza britannica in Iraq risulta documentata soprattutto a Erbil, con precedenti rotazioni anche in altre basi come Al Asad, Taji e Besmayah. Tuttavia, anche in questo caso il numero esatto attuale non è pubblicato in modo dettagliato. La cifra di circa 200 militari britannici in Iraq circolata nel 2025 offre un ordine di grandezza plausibile, ma non equivale a un dato ufficiale consolidato e aggiornato.

DANIMARCA E ALTRI CONTRIBUTI NATO

La Danimarca rappresenta un caso a parte, perché ha ormai azzerato il proprio contributo terrestre a Operation Inherent Resolve ma mantiene una presenza in Iraq nella cornice Nato. Copenaghen partecipa alla Nato Mission Iraq dal 2018 e dichiara oggi 10 effettivi, tra ufficiali di staff e adviser, presso il quartier generale della missione a Union III. Si tratta di una presenza numericamente ridotta, ma significativa perché riflette il passaggio da una partecipazione più legata alla campagna anti-Isis a un impegno di advisory in ambito Nato.

Più in generale, la Nato afferma che tutti i 32 alleati, più l’Austria, contribuiscono oggi alla Nato Mission Iraq. Questo non significa necessariamente che ogni paese mantenga un contingente nazionale autonomo e visibile sul terreno, ma conferma che la missione è diventata il contenitore istituzionale principale della presenza occidentale in Iraq. Non esiste un quadro pubblico, aggiornato e dettagliato, che indichi paese per paese il numero preciso di uomini schierati.ù

IL PECULIARE CASO DEL CANADA

Anche il Canada continua a sostenere la Nato Mission Iraq nel quadro della nuova Operation Amarna, avviata nell’aprile 2025 in sostituzione delle precedenti operazioni nella regione. Ottawa conferma il proprio sostegno alla missione Nato, ma non rende pubblici né il numero degli effettivi presenti in Iraq né la loro esatta collocazione. Nell’intera regione ci dovrebbero essere circa 200 militari canadesi.

LA TURCHIA, PRESENZA SEPARATA E AUTONOMA

Il caso turco è diverso da tutti gli altri ed è essenziale per capire davvero la mappa della presenza militare straniera in Iraq. Ankara non opera principalmente nel quadro della coalizione anti-Isis o della missione Nato, pur essendo parte dell’Alleanza, ma mantiene una propria presenza militare autonoma nel nord dell’Iraq, legata alla lotta contro il Partito dei lavoratori curdi (Pkk), considerato un’organizzazione terroristica da Ankara. Si tratta probabilmente del secondo dispositivo straniero più consistente nel paese dopo quello americano.

Le fonti più accreditate parlano di quasi 40 basi e avamposti turchi nel nord dell’Iraq e di una consistenza stimata in tutto l’Iraq non inferiore a 5.000 uomini, forse addirittura il doppio secondo altre fonti. Non si tratta di dati ufficiali turchi, ma di stime convergenti. La base più nota è quella di Zilkan-Bashiqa, a nord-est di Mosul, la cui presenza è documentata almeno dal 2015. A questa si aggiunge una rete di postazioni e infrastrutture nelle aree di Duhok ed Erbil, rafforzata soprattutto con le operazioni della serie Claw e in particolare con Operation Claw-Lock, lanciata nel 2022. La presenza turca in Iraq non è quindi residuale né simbolica, ma costituisce un elemento strutturale del quadro di conflitto del nord del paese e, secondo diverse fonti, in espansione.

CHI NON C’E’ PIU’ O NON E’ PIU’ QUANTIFICABILE

Nel confronto con gli anni passati, emerge anche l’uscita o il forte ridimensionamento di alcuni attori. L’Australia, per esempio, ha concluso Operation Okra nel dicembre 2024 e non può più essere considerata, nel 2026, tra i paesi che mantengono un contingente in Iraq. Altri paesi Nato possono continuare a contribuire alla missione attraverso singoli ufficiali di staff, adviser o rotazioni molto ridotto.

Questo è il vero nodo dell’attuale presenza militare straniera in Iraq: il paese ospita ancora contingenti esteri, ma il modello è diventato molto più frammentato, meno massiccio e molto meno trasparente rispetto agli anni in cui la lotta all’Isis produceva una presenza multinazionale molto più visibile.

Nel complesso, al marzo 2026, i paesi con una presenza militare straniera in Iraq verificabile in modo concreto sono Stati uniti, Italia, Spagna, Germania, Paesi Bassi, Danimarca, Francia, Regno unito e Turchia. A questi si aggiungono i contributi degli altri alleati Nato e dell’Austria alla Nato Mission Iraq, ma senza un dettaglio pubblico paese per paese.

Dal punto di vista geografico, i poli principali sono oggi tre. Il primo è Erbil e più in generale il Kurdistan iracheno, dove si concentrano la presenza americana residua, parte di quella italiana, contributi europei e il raccordo con le autorità curde. Il secondo è Baghdad, sede della Nato Mission Iraq, del supporto diplomatico-militare di diversi paesi e di varie cellule di advisory. Il terzo è il nord dell’Iraq interessato dalla presenza turca, in particolare le aree di Bashiqa, Duhok e le zone montane dove Ankara conduce da anni operazioni contro il Pkk.