HomeAskanewsIsraele, l’attesa elettorale e gli scenari internazionali

Israele, l’attesa elettorale e gli scenari internazionali

Gerusalemme, 26 ott. (askanews) – A destra, e non solo, lo slogan è stabilità e sicurezza, a sinistra evitare lo scivolamento verso una “democratura”. Al centro trovare mediazioni per un nuovo Israele. Schemi classici in politica, se non fosse che qui parliamo delle elezioni più attese, almeno dell’ultimo decennio, per la costituzione della 26esima Knesset. Israele va al voto, domani, sapendo di avere, per tante e note ragioni, gli occhi del mondo addosso: all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv si susseguono i rientri dei cittadini residenti all’estero. Migliaia ogni giorno. Vogliono esserci stavolta, il momento è diverso da altre tornate. Il 7 ottobre ha cambiato tutto, dentro e fuori Israele. Ma la sfida non è rispondere all’esterno, non adesso, quanto decidere innanzitutto della conferma della propria capacità di resilienza.

Ci sono i temi nazionali, il servizio militare che gli haredim rifiutano e che devono per legge fare, la riforma giudiziaria, l’istituzione di una commissione sul 7 ottobre.

C’è una economia che regge bene, un ascensore sociale che funziona, ma anche la necessità di confrontarsi con segnali che se non di rallentamento parlano di una tendenza a investire in altre aree del mondo, almeno per quell’eccezionale capacità di produrre ricchezza determinata dal sistema delle start up tech Made in Israel.

Poi c’è Gaza. Ancora, Cisgiordania, Giudea e Samaria, da controllare e, solo per l’estrema destra, nel caso da occupare. I nomi e le sigle sono sempre quelli, Hamas, l’ANP, addirittura l’OLP, in questo quadrante della storia quel 7 ottobre fa ancora tanta paura. Oltre che rabbia. Perché si può ripetere, dicono a Gerusalemme, perchè va prevenuto, perché quelli sono confini armistiziali non confini ufficiali. Così dai media alla strada.

Ma guardando oltre, nel gioco delle letture ufficiali degli analisti israeliani, di primo livello, tra “Record e Off”, si capisce che quella paura ha in primis altri nomi. Hezbollah, Libano, Nord: Unifil finisce ormai il suo tempo e non serve più, anzi per i paesi partecipanti sarebbe meglio investire risorse nel sostegno alla ripresa dello spazio e delle capacità di governo di Beirut. I militari multilaterali no. Proprio quanto accaduto dopo il 7 ottobre per gli israeliani lo ha ampiamente dimostrato, con una intera area, villagi e kibbutz del nord, che ancora non si è ripopolata. Quindi? L’Idf deve poter contare sull’azione del governo libanese e del suo esercito.

Nonostante le somme che l’Iran (un miliardo di dollari all’anno…) spende per i suoi alleati più fedeli, emanazione quasi diretta della rivoluzione dei pasdaran. Non è semplice: basta fare i conti in tasca a un padre di famiglia libanese con due figli, uno nell’esercito libanese l’altro arruolato da Hezbollah. Con quest’ultimo che guadagna tre volte tanto il fratello. Poi c’è la Siria, c’è Ahmed al-Sharaa, l’ex Isis. Con lo spettro di un dialogo impossibile sulla carta che consegnerebbe spazio aperto alla Turchia di Erdogan. Il vero antagonista (dopo l’Iran) per peso militare e posizionamento geopolitico, ormai re-islamizzato. Dialogo che però deve esserci, perchè un accordo di sicurezza è fondamentale. Sul tavolo ci sarà la questione dei drusi, che rischia di restare uno scoglio difficilmente superabile.

E veniamo all’Europa. Che Israele si specchi nelle sue radici europee è cosa nota. Che viva con sospetto e con un “ve l’avevamo detto” la fenomenologia che le città europee stanno attraversando in termini di violenza crescente, pure. Basta poi provocazioni, Italia inclusa, vedi la lettura di Gerusalemme della vicenda delle 5 attiviste espulse, e il dito che punta senza mezzi termini sul Patriarca Latino Pizzaballa che ha canali aperti e poteva informare.

Nonostante ciò c’è ottimismo per la ripresa dei rapporti con il Vaticano di Papa Leone XIV, anzi ci si informa sulla sua salute. In sintesi, meno Ue e più rapporti con i Paesi, anche se molte posizioni sono definite “pericolose”. Un salto atlantico e si va negli Usa: i democrats da tempo sono lontani, più woke che altro. Il peso del Qatar, anche nelle Università, è forte. Anche il consenso Maga però qualche scricchiolio lo fa sentire. Ma c’è alle porte l’elezione di Midterm, meglio attendere prima di commentare.

Intanto si va al voto. Per quanto sopra e per molto altro. L’atmosfera è quella dei grandi appuntamenti della storia, a prescindere da chi relega tutto a un referendum su Benjamin Netanyahu. E serve raccontarla, questa sfida, a un mondo che ha girato la testa dall’altra parte. In consapevolezza ma senza muoversi da ciò che oggi, in Israele, conta: stabilità e ancora di più sicurezza.