Roma, 15 lug. (askanews) – Per capire con un minimo di chiarezza cosa succederà a centrodestra e governo alla fine di questi tre giorni di montagne russe sulla legge elettorale bisognerà aspettare le 11.30 di domani. Minuto più munto meno, è l’orario in cui è previsto il voto finale sul provvedimento. Un altro test a voto segreto, che a questo punto pesa quanto quello che ieri ha visto Giorgia Meloni perdere la sua scommessa sull’inserimento delle preferenze.
Ai piani alti di Fratelli d’Italia non si sbilanciano in previsioni sul modo in cui la premier gestirà la annunciata “riflessione” interna alla maggioranza, ma la stessa scelta di non escludere al momento nessuna possibilità la dice lunga se si considera che fino a questo spartiacque la narrazione era sempre quella di un governo che va avanti fino a fine legislatura. Concetto che è stato ribadito oggi anche dal ministro dei rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani. “Non intendiamo concludere la nostra esperienza” e lo scivolone sull’emendamento – ha detto – è stato un “episodio” che “intendiamo superare”. Un tentativo di minimizzare, come da linea indicata da palazzo Chigi. Almeno per il momento. Perché se da una parte è vero che minacciare di far saltare tutto è un modo per provare a serrare i ranghi della sua stessa maggioranza, dall’altra Giorgia Meloni ha confidato ai suoi maggiorenti che se la coalizione non dà segnali di compattezza andare avanti sarebbe davvero difficile. Anche perché, se sulle preferenze si può mettere in conto che abbiano inciso in parte interessi di singoli deputati timorosi di non tornare in Parlamento, se saltasse la legge elettorale nel suo complesso, e dunque l’impianto con premio di maggioranza e indicazione del premier, per Fratelli d’Italia significherebbe una sola cosa. “C’è qualcuno che tifa per il pareggio”, ovvero “c’è chi non vuole Giorgia Meloni presidente del Consiglio”.
Nella seconda giornata di voti, di cui molti segreti, i numeri del centrodestra hanno retto senza problemi. Una giornata che sarebbe trascorsa senza sorprese, se non fosse che il partito di maggioranza relativa ha deciso di cambiare parere e dare voto favorevole a un altro emendamento sulle preferenze. Non uno a caso, ma quello dei vannacciani. Una decisione che è stata presa, viene riferito, su diretta indicazione della premier. “Su questa cosa io ci ho messo la faccia, e non dobbiamo perderla”, il messaggio consegnato ai suoi. L’obiettivo è anche quello di capitalizzare le conseguenze della debacle di ieri e trasformarle in una narrazione a proprio favore. Comunque vada a finire – spiega un meloniano doc – deve essere chiaro che noi eravamo il partito che voleva difendere davvero la libertà di scelta dei cittadini, a differenza di altri. Altri che sono sia la sinistra che gli alleati. La scelta di votare con i deputati del generale non è stata infatti apprezzata dagli altri partiti di governo, ma la replica di chi in Fratelli d’Italia si occupa della pratica è tranchant: “Potevano pensarci ieri”.
Nel day after, si continua a ragionare su quei franchi tiratori che, è il calcolo, alla fine sono stati una cinquantina. E a mente fredda i sospetti di Fratelli d’Italia si concentrano sui leghisti. La convinzione di chi si è confrontato su questo punto con la premier è che la questione non risieda nei rispettivi capi dei due partiti, Matteo Salvini e Antonio Tajani, che – si osserva – hanno agito con correttezza. Ma pian piano si cominciano a fare con meno timidezza anche i nomi di chi, come veniva sottolineato ieri, non ha “platealmente” partecipato al voto. Tra questi, il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, che è stato visto in aula ma – da tabulato – non risulta tra i votanti. Qualche dubbio viene poi sollevato sul fatto che a presidere l’aula ci fosse Fabio Rampelli, che dunque non ha potuto esprimere il suo voto, invece che il presidente Lorenzo Fontana. Il quale, viene però spiegato, normalmente è presente quando si arriva al voto finale.
C’è un’altra grande incognita che la premier dovrà sciogliere qualora domani la legge elettorale fosse approvata: ripresentare o no l’emendamento sulle preferenze nel passaggio al Senato? Si tratta della strada indicata dal presidente Ignazio La Russa che ha ricordato che sulla materia a palazzo Madama non è previsto voto segreto. Sarebbe possibile anche, si sottolinea, formulare la proposta in maniera diversa, magari eliminando quei problemi sulle quote di genere che hanno alimentato una contrarietà trasversale di deputate. Ci sono però una serie di variabili che si stanno valutando. Intanto, sarebbe necessario un terzo passaggio alla Camera durante il quale ci sarebbe solo un modo per non correre il rischio di essere impallinati nuovamente: mettere la fiducia. E poi ci sono le perplessità degli alleati che a questo punto speravano che la pratica fosse stata chiusa e si potesse andare oltre. “Sarebbe una forzatura, ormai la frittata è fatta”, ha spiegato un deputato di Forza Italia a un collega leghista. Quanto la premier sia disposta a questo punto a tenere in conto le preoccupazioni degli alleati è però tutto da vedere.
