Roma, 26 giu. (askanews) – La Cina è tornata in cima alla classifica mondiale dei supercomputer, sottraendo agli Stati Uniti un primato simbolico ma strategicamente rilevante nella competizione tecnologica globale. Il nuovo sistema LineShine, installato al National Supercomputing Centre di Shenzhen e realizzato dallo Shenzhen Cloud Computing Center, è stato indicato come il più potente al mondo dalla nuova classifica Top500, il ranking semestrale che misura le prestazioni dei grandi sistemi di calcolo scientifico.
LineShine ha superato El Capitan, il supercomputer del Lawrence Livermore National Laboratory in California, finora al vertice della graduatoria e utilizzato anche per le attività di simulazione legate alla sicurezza dell’arsenale nucleare statunitense. Il risultato segna il ritorno della Cina al primo posto per la prima volta dal 2017, quando il primato apparteneva al sistema Sunway TaihuLight.
Il dato tecnico è rilevante: LineShine ha raggiunto 2,198 exaflop nel benchmark High Performance Linpack, cioè oltre due quintilioni di operazioni al secondo in doppia precisione. Ma il vero elemento politico e industriale è un altro: il sistema cinese non si basa sulle Gpu, i processori grafici diventati essenziali per l’intelligenza artificiale e dominati da gruppi statunitensi come Nvidia e Amd. LineShine usa invece una architettura costruita attorno a Cpu, microprocessori più tradizionali, ma progettati in modo da incorporare funzioni di accelerazione per calcoli vettoriali e matriciali, cruciali sia per la simulazione scientifica sia per alcune applicazioni di intelligenza artificiale.
Questa scelta rende il risultato cinese particolarmente significativo nel quadro delle restrizioni statunitensi sull’export di semiconduttori avanzati. Da anni Washington cerca di limitare l’accesso di Pechino ai chip più potenti per l’intelligenza artificiale e il supercalcolo, sostenendo che tali tecnologie possano rafforzare capacità militari, programmi missilistici, sistemi di sorveglianza e ricerca nucleare. I controlli sono stati aggiornati più volte dal 2022 in poi, con ulteriori chiarimenti su società cinesi o controllate da gruppi cinesi anche se collocate fuori dalla Cina.
Il sorpasso di Shenzhen, tuttavia, mostra che la pressione americana non ha fermato la corsa cinese. L’ha piuttosto spinta verso una strada alternativa: meno dipendenza dalle Gpu occidentali, più investimento in architetture proprietarie, sistemi di interconnessione nazionali, software domestico e chip progettati localmente. LineShine utilizza una piattaforma chiamata LingKun, processori LX2 a 304 core, interconnessione LingQi e sistema operativo Kylin. In totale dispone di quasi 14 milioni di core di calcolo distribuiti in decine di armadi hardware.
Il primato Top500, comunque, non equivale automaticamente al primato nell’intelligenza artificiale. La classifica misura soprattutto la capacità di risolvere grandi problemi di calcolo scientifico in doppia precisione, come simulazioni climatiche, modellazione fisica, fluidodinamica, ricerca sui materiali, energia, biologia computazionale o sicurezza nucleare. I grandi modelli di intelligenza artificiale, invece, usano spesso calcoli meno precisi ma eseguiti in enorme quantità, con formati a 16, 8 o perfino 4 bit, per i quali le Gpu e gli acceleratori specializzati restano oggi decisivi.
Non a caso, nei benchmark a precisione mista, più vicini ad alcuni carichi di lavoro dell’IA, LineShine non risulta primo. Gli esperti sottolineano inoltre che molti dei sistemi più potenti per l’intelligenza artificiale non partecipano alla classifica Top500: si tratta di infrastrutture private costruite da grandi gruppi cloud e laboratori di AI negli Stati Uniti, da Microsoft a Google, da Amazon a xAI, oltre agli ecosistemi collegati a OpenAI, Anthropic e altri operatori.
Il messaggio di Pechino, quindi, non è necessariamente “abbiamo superato gli Stati Uniti nell’Ia”, ma piuttosto: “Possiamo costruire infrastrutture di calcolo avanzate anche sotto restrizioni”. E’ lo stesso segnale politico arrivato nel 2025 con DeepSeek, la startup cinese che ha scosso il settore sostenendo di avere sviluppato modelli competitivi con costi e risorse di calcolo molto inferiori rispetto ai grandi laboratori americani. In entrambi i casi, la Cina cerca di trasformare i vincoli imposti dall’esterno in incentivo all’efficienza, all’ottimizzazione e all’autosufficienza.
Per gli Stati Uniti, la comparsa di LineShine riapre il dibattito sull’efficacia dei controlli. Se le restrizioni colpiscono soprattutto le Gpu avanzate, Pechino può provare a spostarsi verso sistemi Cpu-only o ibridi, meno efficienti in alcuni carichi Ia ma molto forti nel calcolo scientifico tradizionale. Alcuni analisti ritengono che questo possa rappresentare una falla nella strategia americana, perché lascia spazio a percorsi alternativi per raggiungere prestazioni exascale.
Per la Cina, invece, il ritorno al vertice ha anche una valenza reputazionale. Negli ultimi anni diversi esperti sospettavano che Pechino disponesse già di sistemi capaci di competere per i primi posti, ma i laboratori cinesi avevano smesso di presentare risultati alla Top500, anche per evitare di esporre dettagli tecnici in una fase di forte pressione geopolitica. La scelta di rendere pubblico LineShine indica ora una volontà diversa: mostrare al mondo che la filiera cinese del supercalcolo è ancora in grado di competere con quella americana.
Le applicazioni annunciate vanno oltre la propaganda tecnologica. LineShine sarebbe già stato usato per simulazioni complesse del sistema Terra, includendo atmosfera, oceani, terre emerse e ghiacci, e per modelli avanzati del cervello umano. Sono campi nei quali il supercalcolo resta indispensabile e nei quali la convergenza con l’intelligenza artificiale sta diventando sempre più importante: non più soltanto macchine che calcolano equazioni fisiche, ma infrastrutture capaci di combinare simulazioni, dati e algoritmi di apprendimento automatico.
Il risultato di Shenzhen arriva mentre la competizione globale si allarga. Gli Stati Uniti mantengono una posizione dominante nei chip per l’intelligenza artificiale, nei grandi laboratori privati e nei sistemi cloud. L’Europa prova a recuperare con programmi per supercomputer e “AI factories”, mentre Giappone e altri Paesi continuano a investire in infrastrutture sovrane. Nella stessa classifica Top500 compare anche l’Italia, con il sistema HPC7 di Eni entrato direttamente tra i primi dieci.
Ma il segnale geopolitico più forte resta quello cinese. La corsa al supercalcolo non riguarda solo la velocità. Riguarda chi controlla i chip, chi possiede il software, chi può addestrare modelli, simulare armi, prevedere il clima, progettare nuovi materiali e sostenere la ricerca strategica senza dipendere da fornitori esterni. LineShine non chiude la partita tra Cina e Stati Uniti, ma la sposta su un terreno più complesso, nel quale i divieti americani non bastano più da soli a definire i limiti della tecnologia cinese.
