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martedì, 17 Febbraio, 2026
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La dignità di un cappotto, il destino di una nazione: il viaggio di De Gasperi nel 1947

Non era ancora l’avvio del “Piano Marshall”, ma quel viaggio rappresenterà l’occasione storica per avviare, nel quadro della solidarietà euroatlantica, la fase della ricostruzione post bellica dell’Italia.

Nel gennaio 1947 Alcide De Gasperi (o meglio, la Presidenza del Consiglio dei Ministri) riceve un invito a partecipare a una conferenza a Cleveland, negli Stati Uniti, organizzata dal settimanale Time. L’invito glielo manda l’editore del magazine, Henry Luce, marito di colei che sarebbe poi diventata l’ambasciatrice statunitense a Roma, Clare Booth Luce.

L’incertezza di De Gasperi

De Gasperi è incerto se partire: non ha avuto alcuna rassicurazione dalla Casa Bianca che le sue richieste saranno accolte. Non siamo ancora al “Piano Marshall” (ne scriveremo in una prossima puntata) ma si tratta pur sempre di garanzie politiche e di un primo sostegno economico per la ricostruzione post bellica. 

Il presidente della Repubblica, Enrico De Nicola, lo spinge ad andare comunque e gli raccomanda di chiedere di aumentare la razione quotidiana di pane: «Con 200 grammi giornalieri, i giovani non ce la fanno più». Anche l’ambasciatore americano a Roma, Dunn, lo esorta a non declinare l’invito.

Il presidente del Consiglio alla fine si decide per il viaggio, nonostante si tratti di un azzardo politico. Solo che c’è un problema pratico. Il suo cappotto è troppo consumato per indossarlo davanti alle massime autorità degli Stati Uniti. Secondo la versione più diffusa, a prestarglielo è Attilio Piccioni, in quel momento segretario della Dc e uomo a lui vicino. Ma c’è un’altra fonte, che racconta un’altra storia. Il giornalista Paolo Palma, sull’Europeo, raccoglie la confidenza di un parlamentare Dc, Giuseppe Brusasca, all’epoca dei fatti sottosegretario agli Esteri. Questo il suo racconto: «La moglie del Presidente, Francesca, prese un vecchio cappotto di De Gasperi. Andammo da un sarto, a Piazza Venezia. Le prove dell’abito le feci io. Quando il Presidente trovò la sorpresa sul letto, nella casa di via Bonifacio VIII, disse burbero alla moglie: “Quello lo metterò a posto io”. Ma si vedeva che era commosso».

Viaggio complicato, con uno squarcio di umorismo

Il viaggio non partì sotto i migliori auspici. Una vera e propria tempesta di neve si accanì contro l’aereo su cui viaggiavano il presidente, la figlia Maria Romana, Donato Menichella (che sarebbe diventato governatore della Banca d’Italia), Pietro Campilli, ministro del Commercio estero, e un giovane Guido Carli, allora direttore dell’Ufficio italiano cambi. 

Erano altri tempi anche per i voli intercontinentali. Il vento costrinse il quadrimotore ad atterrare alle Azzorre. Alla ripartenza, dopo lo scalo per il rifornimento, il vento era così forte che il velivolo dovette tornare indietro. Durante il volo, per esorcizzare la tensione, il presidente trovò il modo di scherzare con la figlia: «A che pensi, papà?», gli chiese Maria Romana durante la turbolenta notte per fargli coraggio. E lui: «Penso a come farà Menichella ad allacciarsi il paracadute. Nella prova che abbiamo fatto prima della partenza, mi sono accorto che i paracadute sono studiati per soli magri e lui, dopo alcuni tentativi di allacciarsi la cintura, aveva abbandonato del tutto l’idea».

Il successo della missione

In realtà il viaggio si rivelò un grande successo. L’assegno degli Stati Uniti, seppure inferiore alle aspettative, aveva una cifra che risollevò il morale del Paese: 100 milioni di dollari. In aggiunta, De Gasperi poté cogliere da vicino i primi indizi della Guerra fredda e della cosiddetta “dottrina Truman”.

L’apertura di un dialogo costruttivo tra Italia e Stati Uniti conferì a De Gasperi il sostegno necessario per varare un nuovo governo monocolore (senza le sinistre) con il solo apporto, a titolo “tecnico”, del Ministro degli Esteri Carlo Sforza e del Governatore della Banca d’Italia Luigi Einaudi (futuro Presidente della Repubblica). La formazione di quell’esecutivo contribuisce a ripristinare la credibilità dell’azione di governo e ad avviare una nuova stagione politica, quella del centrismo, che avrebbe portato l’Italia nell’Alleanza atlantica (1949) e realizzato grandi riforme sociali.