Una riforma fuori bersaglio
Voterò No perché questa proposta non affronta la struttura reale della crisi della macchina giudiziaria, ma si concentra sulla sua superficie ordinamentale. I nodi restano quelli che gravano sulla vita quotidiana dei cittadini: impoverimento organizzativo, insufficienza di risorse umane, distribuzione territoriale diseguale dei servizi, tempi incompatibili con una tutela effettiva. Per questo non modifica il rapporto tra istituzioni e bisogni sociali, ma finisce per spostare l’equilibrio interno dei rapporti di forza. Agisce invece sul piano costituzionale, cioè sul punto più delicato: la distribuzione del peso decisionale tra politica e ordine giudiziario.
Da sociologo, considero decisivo questo aspetto. Le istituzioni non sono ingranaggi neutri: producono gerarchie, protezioni, squilibri. E quando un intervento sposta il baricentro dei contrappesi senza migliorare l’accesso effettivo alla tutela giurisdizionale, occorre fermarsi a valutare con attenzione. Anche perché la separazione tra funzioni giudicanti e requirenti è già oggi fortemente limitata dall’ordinamento: si interviene dunque sulla Carta per un fenomeno marginale, mentre il disagio reale dei cittadini resta quasi intatto.
Il sorteggio non è democrazia
Il punto tecnicamente più fragile è qui. Si invocano separazione, sorteggio, moralizzazione. Ma il governo delle istituzioni di garanzia non può essere affidato alla casualità. Il sorteggio non produce responsabilità istituzionale, non valorizza competenze riconosciute, non consolida quell’habitus istituzionale che rende credibile un organo costituzionale. Di fatto sostituisce la valutazione con l’estrazione. È una risposta apparente al correntismo, ma rischia di produrre un autogoverno più debole e più esposto. La questione, allora, non è corporativa. Riguarda la qualità dello Stato di diritto.
Dossetti aveva intuito che la Carta conserva la propria tenuta solo se colloca al centro la persona, la sua anteriorità rispetto allo Stato e una solidarietà concreta tra i consociati. Per questo la Costituzione non può essere trattata come una leva da piegare alle convenienze del presente: è il limite posto all’espansione della forza pubblica.
I meno garantiti pagano sempre per primi
Qui il discorso giuridico incontra quello sociologico. Daniel Gaxie ha mostrato come nelle democrazie agisca un “censo nascosto”: non tutti dispongono delle stesse risorse culturali, economiche e relazionali per comprendere, partecipare e difendersi. Vale anche davanti alla giustizia. Chi possiede capitale sociale, denaro e reti di protezione trova quasi sempre mediazioni ulteriori; chi non ne dispone dipende molto di più dall’imparzialità e dalla forza delle istituzioni. È per questo che un ordine giudiziario reso più vulnerabile ai condizionamenti non colpisce anzitutto i forti, ma chi arriva in tribunale senza scorte sociali. Colin Crouch ha descritto dinamiche simili con la categoria della post-democrazia: le forme restano, ma la sostanza si restringe. Ecco perché il No, per me, è una scelta di merito, non di conservazione. Non difende una corporazione: difende un’infrastruttura pubblica di garanzia. Una trasformazione orientata alla giustizia sostanziale investirebbe sulle infrastrutture umane e organizzative del sistema, sulla prossimità territoriale e sulla tutela di chi dispone di minori risorse per difendersi. Qui, invece, l’asse dell’intervento si sposta sugli equilibri di comando interni all’ordine costituzionale. E questo segnala che la posta in gioco non riguarda anzitutto l’accesso dei cittadini alla giurisdizione, ma la riconfigurazione dei contrappesi.
