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mercoledì, 14 Gennaio, 2026
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La Groenlandia nel mirino di Trump: ecco quali sono gli interessi Usa nell’Artico

Roma, 14 gen. (askanews) – Cosa vuole Donald Trump nell’Artico? Il presidente americano ha rilanciato con forza l’idea di prendere il controllo della Groenlandia, definita una “priorità di sicurezza nazionale” per gli Stati Uniti a fronte di minacce securitarie emanate da Cina e Russia. L’idea non è nuova, anzi, era già stata avanzata e respinta nel 2019. Oggi riemerge con toni violenti e minacciosi in un contesto globale completamente mutato, segnato dalla competizione tra grandi potenze e dalla corsa alle risorse strategiche.

LA MINACCIA CINESE?

La Casa Bianca ha insistito sulla necessità di contrastare l’influenza cinese in questa regione sempre più strategica. Pechino dichiara il proprio interesse per l’area definendosi dal 2018 uno “Stato vicino all’Artico” e promuove una “Via della seta polare”. La Federazione Russa ha avviato un corso di cauta apertura alla cooperazione con la Cina nella regione artica dal 2022, quando con l’invasione dell’Ucraina è entrata in rotta di collisione con i Paesi artici (tutti membri Nato) e in generale con l’Occidente. In ogni caso la presenza cinese resta limitata: tre rompighiaccio contro oltre quaranta russi e nessuna infrastruttura militare né tantomeno controllo diretto in Groenlandia.

I tentativi cinesi di investimento sull’isola ci sono stati (dagli aeroporti di Nuuk e Ilulissat alla base di Gronnedal, oltre a progetti minerari) ma sono stati bloccati o sono falliti: le stesse autorità danesi o groenlandesi sono intervenute in tal senso.

PRESENZA MILITARE USA CONSOLIDATA Gli Stati Uniti dispongono di una consolidata presenza militare in Groenlandia. La base di Pituffik (ex Thule) ospita l’avamposto militare americano dislocato più a Nord su scala mondiale. Vi si trova un radar cruciale per il sistema di difesa antimissile nordamericano. Data la vicinanza a questa latitudine tra Russia e America, tramite l’Artico si realizza il concetto di Second Strike Capability, ovvero della certezza che un eventuale attacco atomico darebbe all’avversario la possibilità di rispondere, vanificando il vantaggio iniziale.

IL FATTORE CLIMA Il cambiamento climatico agisce da moltiplicatore di importanza strategica della Groenlandia. La riduzione della banchisa artica – dimezzata rispetto agli anni Ottanta – apre nuove rotte marittime e rende accessibili territori finora coperti dai ghiacci. Con oltre 44.000 chilometri di coste, la Groenlandia diventerebbe una porta d’accesso privilegiata per rotte artiche sempre più navigabili e quindi imprescindibile per i commerci globali, dato che la rotta artica permetterebbe trasporti da e per l’Asia orientale in tempi molto più veloci e meno costosi rispetto agli itinerari attuali, essenzialmente il Mar Rosso e in seconda battuta il periplo dell’Africa.

I MINERALI CRITICI, VERA POSTA IN GIOCO?

La maggioranza degli analisti ritiene che al centro dell’interesse americano vi sia soprattutto l’accesso ai minerali critici. La Groenlandia possiede 25 dei 34 minerali considerati strategici dall’UE, tra cui terre rare, grafite, cobalto e rame. Le sue riserve di terre rare, stimate in 1,5 milioni di tonnellate, sono paragonabili a quelle degli Stati Uniti.

Questi materiali sono fondamentali per transizione energetica, industria tecnologica e difesa. La Cina controlla circa il 90% della capacità mondiale di raffinazione e ha già usato questa posizione come leva geopolitica, imponendo restrizioni all’export nel 2025. Va sottolineato che l’estrazione resta molto complessa e molto poco praticata al momento, a causa di infrastrutture limitate, instabilità normativa e in generale tempi lunghi. Gli esperti di settore stimano 10-15 anni e miliardi di dollari prima di una produzione significativa, con il paradosso che la raffinazione dovrebbe comunque avvenire in Cina.

In ogni caso un orizzonte interessante per gli Stati Uniti che restano dipendenti dalle forniture cinesi, nonostante gli sforzi per sviluppare miniere e capacità di riciclo interne. L’integrazione del Groenlandia nello spazio economico statunitense offrirebbe infatti una fonte alternativa di approvvigionamento, riducendo per l’America un elemento di vulnerabilità strategica che pesa molto in questa fase di sviluppi tecnologici e turbolenze globale. In questa ottica, sì, la minaccia cinese resta sensibile.