Roma, 27 ott. (askanews) – “Per quanto mi riguarda personalmente è una completa fake news, notizia del tutto infondata, qualsiasi mia responsabilità, qualsiasi mia partecipazione ai drammatici episodi che costarono la vita al povero agente Marino. Nessuno potrà quindi mai impedirmi di dire chiaro e forte, come feci in quella occasione, come fece il Movimento sociale italiano, anche oltre cinquanta anni fa, che la violenza va condannata senza se e senza ma”. Lo afferma in un video postato sui social il presidente del Senato Ignazio La Russa.
“Ho dovuto dichiarare che avrei adito le vie giudiziarie contro chi avesse voluto accostare il mio nome a quel tragico episodio, sono pronto però a rinunciare se, ad esempio, la signora Ponzani decidesse di chiedere scusa per le sue parole, non pretendo invece scuse da altri personaggi come Giannini, come Berizzi, sono abituato alle loro contumelie, non mi interessano le loro scuse, anche perchè le pretendo solo dalle persone che a mio giudizio ritengo meritevoli di attenzione”, sottolinea La Russa.
La Russa ricostruisce i fatti che l’hanno visto al centro della polemica con la storica Michela Ponzani. “Dopo i disordini del 17 ottobre, quella giornata piena di saccheggi e di violenza, di attacchi alle forze dell’ordine, di feriti di carabinieri e agenti di polizia, mi permetto di commentare che la violenza va condannata sempre, senza se e senza ma – dice La Russa -. Dico anche che qualcuno la condanna, per carità anche a sinistra, ma aggiunge subito ‘ma, però’ ed io dico che se c’è il però la condanna diventa una attenuante. Beh apriti cielo dall’indomani scatta il meccanismo: La Russa non può parlare, non può condannare la violenza perchè lui cinquantacinque anni fa, più di cinquanta anni fa, era a capo di un corteo, il 13 aprile o il 12 aprile, credo che fosse, del 1973, che vide drammaticamente e tragicamente la morte dell’agente di polizia Antonio Marino. Ma se volete ve lo racconto nei dettagli cosa avvenne in quel tragico aprile del 1973”.
“Il Movimento sociale italiano, i dirigenti del Movimento sociale, io ero dirigente giovanile, decisero di indire una manifestazione contro la violenza, perchè nei giorni precedenti molti ragazzi erano stati aggrediti anche sotto casa, le Brigate rosse avevano sequestrato un sindacalista eccetera. E in quella occasione – ricorda La Russa – si chiese un corteo che il giorno prima venne vietato, accettammo, accettò l’Msi di buon grado il divieto, anche perchè in alternativa veniva consentito un comizio, sia pure in una piazza semiperiferica, semicentrale, come piazza Tricolore. Quando mancavano solo tre, quattro ore all’inizio dell’autorizzato comizio, arrivò nell’ufficio dell’onorevole Servello, io ero presente, il dottor Valentini, commissario dell’ufficio politico, l’attuale Digos, con un nuovo divieto, divieto anche del comizio, con l’incredibile motivazione che erano vietati i comizi di tutti i partiti perchè era la data di apertura della Fiera campionaria di Milano, mai una simile motivazione di sospensione dei diritti costituzionali era stata presa nè mai più sarà presa. Capimmo subito che era una scelta tale da far provocare incidenti, capimmo subito che era in atto un tentativo di creare una serie di incidenti per strumentalizzarli contro l’Msi. Cercammo allora disperatamente di correre ai ripari, bloccammo coloro che dalle altre città della Lombardia dovevano arrivare, cercammo disperatamente una sala cinematografica per fare al chiuso ciò che era vietato all’esterno, nessun cinema ci volle dare la sala per paura che la sinistra assaltasse le sale e creasse danni alle strutture. Perfino Gianluca Bonazzi, un giovane dirigente, che possedeva il cinema Argentina, a causa del divieto della sua famiglia, ce lo vietò. A quel punto Servello e gli altri dirigenti decidemmo di andare dal prefetto per cercare di convincerlo a revocare il divieto del comizio proprio perchè temevamo che potessero sorgere incidenti con la gente che non era avvisata del divieto”.
“Ci recammo in gruppo – prosegue La Russa -, seguiti dalla polizia in borghese, anche se con l’elmetto e c’è una foto che lo dimostra, altro che corteo, quella è la foto mentre andiamo in prefettura, ci recammo in corso Monforte. Mentre la delegazione era a colloquio con il prefetto di Milano arrivò proprio al prefetto una drammatica telefonata che gli annunciava che qualche minuto prima era stata lanciata una bomba Srcm, una bomba a mano, altro che ad effetto morale come veniva chiamata, che provocò la morte dell’agente Marino, cadendo tra lo scudo e il suo petto. Voi capite il dramma che questo significava per un partito d’ordine quale era l’Msi e capite quello che comportò tant’è che il Movimento sociale italiano fece una specie di taglia nei confronti di chi aveva lanciato quella bomba, peraltro oltre quel drammatico, dolorissimo, episodio che provocò la morte dell’agente Marino, quel giorno non ci furono altri feriti o scontri con la polizia, ma questo non sminuiva la vicenda dolorosissima specie per un partito come il nostro”.
“La vicenda, come è ovvio, fu oggetto di una complessa azione giudiziaria, venne accusato il Movimento sociale italiano, si arrivò a una imputazione in cui fui completamente estraneo – conclude -, non fui mai processato per niente, neanche per manifestazione non autorizzata, anzi, negli atti processuali è detto che mi adoperai perchè non succedessero incidenti mentre vennero imputati come organizzatori di manifestazione non autorizzata l’onorevole Servello e gli altri dirigenti del partito che erano i promotori dell’iniziativa, ma vennero tutti assolti e nella sentenza si dà atto che si erano adoperati come tutto l’Msi e me stesso affinchè venissero limitati i rischi di incidenti che erano originati inevitabilmente da quel divieto all’ultima ora”.

