Nel cuore dell’inverno russo, mentre il Paese celebra lo Staryj Novyj God – il “Vecchio Anno Nuovo” secondo il calendario giuliano – l’autore dell’analisi pubblicata su AsiaNews utilizza la forza simbolica di questo doppio Capodanno per descrivere una Russia prigioniera del proprio passato. Tra nevicate che isolano le città e rituali religiosi che promettono purificazione, il presente viene congelato e il futuro rimosso.
Una società senza “immagine del futuro”
Secondo sondaggi e testimonianze raccolti da sociologi e analisti indipendenti, oggi in Russia non esiste una vera rappresentazione condivisa del futuro. Dopo quattro anni di guerra contro l’Ucraina, le élite politiche e religiose appaiono concentrate esclusivamente sulla distruzione del presente, giustificata da mitologie storiche e religiose. La narrazione oscilla tra l’idea di una “guerra santa” contro l’Occidente e quella di una semplice “operazione militare speciale”, mentre la vita quotidiana dei cittadini è segnata da tasse crescenti, sacrifici economici e repressione.
Ottimismo retorico, paura reale
Un “sondaggio estremo”, promosso da ambienti vicini a Novaja Gazeta, ha chiesto ai russi di immaginare il Paese tra cinquant’anni. I risultati restituiscono un’immagine fortemente ideologizzata: una “grande Russia” territorialmente espansa, demograficamente più numerosa, tecnologicamente avanzata, guidata da una mano forte. Ma sotto questa superficie ottimistica emergono crepe significative: una minoranza consistente teme declino demografico, impoverimento e ulteriore compressione delle libertà. Non a caso, i più pessimisti sono imprenditori e categorie direttamente colpite dall’economia di guerra.
Il nodo religioso e lo scontro delle Ortodossie
Al centro della riflessione vi è il ruolo della Chiesa ortodossa russa, che alimenta una visione apocalittica del presente e del futuro. La propaganda della “guerra santa”, ben precedente all’era Putin, si intreccia oggi con lo scontro tra le Chiese ortodosse in Ucraina: quella filo-moscovita e quella autocefala. Questo conflitto religioso diventa simbolo di uno scontro di civiltà più ampio, in cui la “de-nazificazione” dell’Ucraina si accompagna a una vera e propria “de-ortodossizzazione” imposta dall’alto.
Un Paese congelato in attesa di disgeli
La tesi di fondo è netta: la Russia appare destinata a un lungo “inverno politico e morale”, una fase di congelamento in cui tutto resta immobile, tra repressione e adattamento passivo della società. L’assenza di una speranza esplicitamente formulata – incarnata, fino alla sua morte, dalla figura di Aleksej Naval’nyj – pesa come un vuoto strutturale. Il futuro, conclude l’autore, non potrà essere pensato senza interrogarsi sul destino religioso e spirituale del Paese: quale Ortodossia, quale Cristianesimo, quale identità per i popoli dell’Europa orientale nei prossimi decenni?
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