HomeAskanewsLa vertigine assoluta di Philip Roth: torna "Operazione Shylock"

La vertigine assoluta di Philip Roth: torna "Operazione Shylock"

Milano, 7 apr. (askanews) – Della clamorosa stagione della maturità di Philip Roth si è scritto molto: i romanzi pubblicati a cavallo tra gli anni Novanta e i Duemila sono la prova di una grandezza letteraria sconsiderata, andata forse perfino al di là delle aspettative dello stesso scrittore. Non è il caso di tornare su una questione ormai irrecuperabile (ma tuttora inspiegabile) come il mancato Nobel, ma è certo che Roth ha costruito soprattutto nella seconda parte della sua vita un corpus di opere difficilmente ripetibile e, lasciatecelo dire, anche difficilmente immaginabile. Ma quando inizia effettivamente questa età dell’oro di Roth? Ogni risposta, ovviamente, può essere contestata ed è opinabile, ma, dovendo provare a scegliere, il punto di svolta – dopo la sbornia di popolarità di “Portnoy” (1969) e alcuni piccoli capolavori come “Lo scrittore fantasma” (1979) – possiamo collocarlo nel 1986, quando un 53enne Philip Roth pubblica “La controvita”, romanzo con diversi intrecci delle stesse vite, nel quale la morte, la malattia, il desiderio e la politica si intrecciano in una veste imprevedibile, tra Shakespeare, Freud e le spy story. Ma il botto più clamoroso in questo filone è del 1993, quando esce “Operazione Shylock”, romanzo spericolato e inafferrabile sul tema dell’identità e del doppio, ma anche sulla politica di Israele e sull’Intifada, sul sesso e sulla morte, insomma sull’inestricabile e spesso grottesco caos del mondo e del nostro dire “io”. Oggi il libro è il secondo titolo di Roth che esce per Adelphi, dopo che la casa editrice fondata da Roberto Calasso ha acquistato i diritti sulle opere dello scrittore di Newark (che nel frattempo sono diventate difficili da reperire in Italia per via proprio di questa acquisizione e in attesa delle nuove edizioni, cosa che ha sollevato diverse polemiche nel mondo dell’editoria e tra i lettori).

Questa nuova versione di “Operazione Shylock” appare nella traduzione di Ottavio Fatica (che negli scorsi anni ha anche ritradotto “Moby Dick”) e con una prefazione – cosa apprezzabilissima, che andrebbe fatta di più e senza timidezze – di Emmanuel Carrère. E allora partiamo da lui per provare a spiegare chi è stato Philip Roth: “Niente, mai – scrive l’autore di “Limonov” – è riuscito a imbrigliare la sua libertà, la sua capacità di interpretare tutti i ruoli, di occupare a turno tutte le posizioni, di difenderle o demolirle con voluttuosa onestà”. Vale per gran parte della bibliografia di Roth – non mancano romanzi deboli, per fortuna (e non sono solo gli ultimi), ma circondati comunque da meraviglie – ma vale soprattutto per il Roth di Shylock che fisicamente affronta un altro Philip Roth, che con il suo stesso nome e la sua stessa faccia sostiene idee opposte a quelle dello scrittore (ma è davvero così? In fondo scopriremo di non saperlo) e si fa convinto portavoce del diasporismo, ossia il contrario del sionismo, teorizzando la necessità per gli ebrei di lasciare Israele e tornare nei Paesi europei da cui erano fuggiti. In una Gerusalemme febbrile, incendiata dalla prima Intifada, i due Roth del romanzo si muovono e si confrontano, attraversano confini fisici e morali e, alla fine, potremmo anche pensare che sia difficile distinguerli, ma le certezze, in un romanzo pieno di cose fino a scoppiare, quelle no, non ci sono.

“Che cosa è vero? Che cosa è falso?” si chiede Carrère aprendo il suo scritto. La risposta probabilmente, per entrambe le domande, è sia “niente” sia “tutto”. Troppo facile? Solo in apparenza, perché come ci ricorda Roth (lo scrittore, almeno in teoria), “la spettrale e demenziale apparenza era, di fatto, il marchio stesso della sua indiscutibile, vivida realtà e che, quando la vita meno somiglia a quanto dovrebbe somigliare, forse allora è più che mai simile a ciò che dovrebbe essere, qualunque cosa sia”. Viene in mente quello che diceva Kurt Vonnegut a proposito del suo personaggio Howard W. Campbell, la più grande spia della Seconda Guerra mondiale, talmente bene infiltrato dallo spionaggio americano nei gangli del potere nazista da finire condannato come vero nazista: “Noi siamo quello che facciamo finta di essere, quindi dobbiamo stare molto attenti a ciò che fingiamo di essere”. In “Operazione Shylock” Roth fa un passo ancora ulteriore in avanti, perché i suoi personaggi sanno di (non) stare fingendo e, nonostante questo, lo fanno con ancora maggiore intensità. Il mondo è un labirinto di specchi, nel quale si incontrano il Mossad e intellettuali palestinesi tristi che lanciano sassi contro l’occupazione, una seducente e caotica infermiera, il reale scrittore Aharon Appelfeld e un giovane militare israeliano che nel corso di una brutale perquisizione notturna riconosce Roth, essendo un suo lettore. Un labirinto di specchi che esplodono di continuo e il riflesso di tali esplosioni diventa questo romanzo, questa “confessione”, come recita il sottotitolo, che una nota finale dichiara, dopo 450 pagine vertiginose, essere “falsa”, e possiamo anche crederci (sebbene lo stesso Roth, diabolico e letterario fino in fondo, abbia poi negato la veridicità di questa falsità nelle interviste), ma il punto non cambia: tutto quanto il romanzo resta come un monumento alla letteratura ostinatamente libera di Philip Roth, alla sua grandezza radicale e precaria che, due anni dopo Shylock, prenderà la forma di un altro capolavoro totale come “Il teatro di Sabbath” e due anni dopo ancora quella di “Pastorale americana”, forse il suo libro oggi più popolare.

Roth è stato un gigante assoluto, probabilmente ancora non la abbiamo colta fino in fondo la sua grandezza, come spesso accade con gli autori che hanno segnato epoche in modo profondamente originale, pensate a Philip Dick oppure a Jerry Salinger, il primo nascosto dall’etichetta della fantascienza di serie B e il secondo dal disumano clamore che Holden gli ha riversato addosso, cancellando tutto dello scrittore e obbligandolo alla fuga. Roth non è fuggito in quel modo, né ha indossato la camicia del profeta, ma la lucidità acuminata delle sue (tante) pagine migliori lo ha reso inevitabilmente una forma di oracolo. Al quale lui per primo non ha mai creduto (era amico di Primo Levi, di Norman Manea e di Milan Kundera, come avrebbe potuto fare diversamente?) e oggi è divertente pensare che avrebbe potuto riferire anche a se stesso il pensiero che il Philip Roth di “Operazione Shylock” rivolge al suo doppio nel romanzo: “Era impossibile dire fino a che punto fosse davvero un ciarlatano”. Chissà che la “confessione” non sia proprio questa. (Leonardo Merlini)