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L’America First alla prova della guerra

Lo scontro con l’Iran divide il mondo trumpiano e riapre il dilemma americano tra isolazionismo e interventismo. Una questione che riporta al dibattito americano degli anni Trenta.

La linea di frattura

La crescente tensione tra Stati Uniti e Iran non agita soltanto il Medio Oriente. Sta producendo anche un effetto politico interno negli Stati Uniti: una frattura evidente all’interno dell’universo MAGA, il movimento che si riconosce nello slogan trumpiano “America First”.

Per anni questo mondo politico ha fatto della critica alle “forever wars” – le guerre senza fine in Medio Oriente – uno dei suoi tratti identitari. Donald Trump ha costruito gran parte della propria legittimazione politica denunciando le avventure militari dell’America post-11 settembre e promettendo una politica estera più prudente.

Ora però lo scenario è cambiato. Il confronto militare diretto con l’Iran rimette al centro una domanda che il trumpismo aveva cercato di evitare: fino a che punto gli Stati Uniti devono intervenire nei conflitti globali?

Isolazionisti contro interventisti

Nel mondo conservatore americano stanno emergendo due posizioni diverse. Da una parte vi è una corrente che potremmo definire neoisolazionista. Commentatori influenti e figure mediatiche della galassia trumpiana sostengono che la guerra contro l’Iran contraddice la promessa originaria del movimento: riportare l’America fuori dai conflitti locali, in particolare nel Medio Oriente, e concentrarsi sulle priorità interne.

Secondo questa linea, Israele deve certamente essere sostenuto, ma non fino al punto di trascinare gli Stati Uniti in una guerra dagli esiti imprevedibili.

Dall’altra parte esiste invece un’area più tradizionalmente repubblicana, legata ai temi della sicurezza nazionale, che considera l’Iran una minaccia strategica globale. Per questi settori la dura iniziativa contro Teheran non rappresenta una deviazione dal trumpismo, ma una dimostrazione di forza necessaria per ristabilire la deterrenza americana.

Donald Trump si trova così a navigare tra due sensibilità diverse del proprio campo politico. Da un lato mantiene una retorica di fermezza verso l’Iran; dall’altro evita di presentare la crisi come l’inizio di una nuova guerra totale.

È un equilibrio delicato. Un coinvolgimento militare prolungato rischierebbe infatti di incrinare il rapporto con una parte significativa della sua base elettorale.

Uneco degli anni Trenta

Questa divisione non è del tutto nuova nella storia americana. Negli anni Trenta il Paese fu attraversato da un intenso dibattito tra isolazionisti e interventisti. Molti cittadini e leader politici ritenevano che gli Stati Uniti dovessero restare lontani dai conflitti europei; altri sostenevano invece la necessità di opporsi all’espansione delle potenze dell’Asse. Fu solo con l’attacco giapponese a Pearl Harbor, nel 1941, che l’America superò definitivamente quella frattura.

Oggi, in un contesto geopolitico completamente diverso, quel dilemma riemerge sotto nuove forme. La crisi con l’Iran mostra che anche il movimento MAGA, spesso percepito come monolitico, è attraversato da tensioni profonde.

La domanda che si ripresenta è sempre la stessa: quale ruolo deve avere l’America nel mondo? È una questione antica, ma ogni generazione americana sembra obbligata prima o poi a confrontarsi con essa.