L’astensionismo non è la risposta alle insufficienze dell’Unione europea

L’Europa ci appartiene. Per continuare il cammino verso una federazione (come tra i cinquanta Stati USA) deve diventare forte una coscienza condivisa. Incominciamo a sentirci cittadini andando a votare.

La nazione italiana unificata, democratica, deve il suo sviluppo alla appartenenza a quella Europa che dal 1957, con tappe non sempre lineari e coerenti a causa delle politiche interne dei vari Stati, ha consentito la pace e la ricostruzione materiale, politica e sociale dopo due disastrose tragiche guerre. Purtroppo dopo 80 anni di pace ci sono guerre che lambiscono i nostri confini, sia terrestri che morali. L’invasione della Ucraina ci chiede di sostenere la Resistenza del popolo ucraino contro l’esercito russo. Più dolorosa, semmai si potessero fare distinzioni fra le sofferenze umane, la crisi mediorientale che dobbiamo continuare a chiedere che si risolva – chissà quando- nell’unico modo rispettoso della dignità dei popoli: due Stati e sicuri, per ebrei e palestinesi.

Queste crisi, insieme a molteplici altre, hanno suscitato ripensamenti sulla necessità di una politica estera e di difesa comune europea. Era il sogno di De Gasperi la CED (Comunità Europea di Difesa) fatta fallire dai francesi e ora – un bel contrappasso – è il Presidente Macron a sollecitarla.

Gli Stati Uniti di Europa devono essere un sogno condiviso, che non cancella le nostre patrie e ci rende cittadini di una patria più grande, di oltre 400 milioni di cittadini. “Prima l’Italia” per confrontarsi con chi? Il mercato italiano di fronte a Cina, Giappone, Corea, USA, ecc.

Durante la pandemia è risultato evidente, anche ai dubbiosi, di quale è la potenza in ricerca e quale la capacità di organizzare acquisti e distribuzione dei vaccini. I doc, igc, dop, ecc. non avrebbero valorizzato i nostri prodotti agricoli: le quote e i prezzi ci hanno protetti dalla penetrazione di prodotti di altre aree extraeuropee. L’agricoltura è stata la madre di politiche di sviluppo, modernizzazione e esportazione che da soli non avremmo potuto sviluppare…tuttavia contano non i singoli settori ma la ‘potenza’ culturale, sociale, democratica, che è rappresentata dalla UE. Per Pil e welfare è tra i primi Stati del mondo. Col PNNR ci è stato accordato un ‘tesoro’ di 200 miliardi di euro, più che ad ogni altro Stato europeo: un piano chiamato non a caso Next generation EU. Non è detto che li stiamo utilizzando propriamente.

Per continuare il cammino verso una federazione (come tra i cinquanta Stati USA) deve diventare forte una coscienza condivisa. Incominciamo a sentirci cittadini andando a votare. La recente celebrazione del 25 aprile ci ha richiamato il prezioso dono conquistatoci dalla Resistenza, il sistema democratico che rende sovrani i cittadini quando si esprimono attraverso il voto. A fronte di chi ha dato la vita per la patria a noi è chiesta una responsabilità pacifica e ‘facile’, semplice:partecipare al voto. Chi si astiene e accampa tante banali giustificazioni come “la politica è tutta un pantano, è corruzione”, ecc. consente a chi è minoranza di rappresentare l’intera nazione, erodendo la vitalità della democrazia!

Abbiamo molti motivi per partecipare, innanzitutto per sentirci comunità. È grave opportunismo affidare la rappresentanza dei propri interessi ad altri, salvo screditarli, approfittando comunque di quanto viene deciso da altri senza la propria responsabilità. L’Europa unita sarà il destino di tutti i popoli europei per lo sviluppo sia economico che di pace. L’Europa è il destino dei figli e nipoti, è una grande responsabilità partecipare alla sua completa unificazione. Bisogna votare e far votare!

 

[Il testo è uno stralcio dell’ultima newsletter di maggio  curata da Mariapia Garavaglia]