La polemica sollevata ieri
Ha sorpreso — ma non troppo, considerata la provenienza — l’attacco gratuito rivolto ieri a mons. Savino da parte di un quotidiano nazionale (La Verità, ndr).
Qual è il “capo d’imputazione”? Aver partecipato a un’iniziativa promossa dall’Associazione Nazionale Magistrati. Aver espresso preoccupazione su una materia, quella oggetto del prossimo referendum, presentata come puramente tecnica ma in realtà carica di implicazioni politiche evidenti, tali da toccare l’impianto dello Stato costituzionale di diritto delineato dai Padri costituenti.
E tra quei costituenti vi furono molte personalità espressione del cattolicesimo liberale e democratico, che contribuirono ad arricchire il patrimonio dei principi fondamentali, concependo la Costituzione come “Casa comune” — espressione che mons. Savino ama ripetere — e come affermazione del primato della persona, nella sua dimensione individuale e sociale, contro ogni deriva statolatrica o totalitaria.
Il nodo politico e la voce cattolico-democratica
Forse, però, ciò che realmente disturba è altro. Disturba la posizione di mons. Savino sull’importanza di un rinnovato impegno politico dei cattolici in un tempo nel quale si avverte fortemente il bisogno di contenuti e di direzione.
Molti faticano a riconoscersi in un bipolarismo che tende a mettere in sordina la tradizione cattolico-democratica. In questo contesto, la passione per la Politica — con la P maiuscola — appare quasi fuori tempo. Eppure essa indica un’attività profondamente umana, orientata al Bene comune, con un’opzione preferenziale verso i poveri e gli ultimi, inclusi quegli “ultimi tra gli ultimi” che sono gli immigrati.
Si tratta di un pilastro consolidato del magistero sociale della Chiesa, riaffermato con forza negli ultimi pontificati.
Cosa deve fare un vescovo?
Se un vescovo non richiama questi principi, che cosa dovrebbe fare?
La dottrina sociale della Chiesa delinea un’etica fondata sulla triade carità, solidarietà, sussidiarietà. Un’etica che deve essere attuata in forma laica, cioè attraverso la responsabilità dei cattolici impegnati nella vita pubblica.
Al vescovo spetta offrire criteri di giudizio, indicazioni di orientamento, chiavi di lettura. Spetta promuovere occasioni in cui la politica sia intesa come servizio e non come mera gestione del potere.
Il vuoto degli anni passati
Negli anni iniziali di questa lunga e ancora incompiuta transizione, l’assenza di voci come quella di mons. Savino ha rappresentato un fattore di disorientamento per molti cattolici.
Quel silenzio ha favorito l’aridità e, talvolta, la spregiudicatezza di una politica priva di fini e di valori. Per questo, più che sorprendere la polemica di ieri, dovrebbe far riflettere il bisogno, oggi più che mai, di una parola autorevole che richiami alla responsabilità, al primato della persona e alla cura della Casa comune.
