La città come matrice di riconoscimento
In Le piazze vuote. Ritrovare gli spazi della politica (Laterza, 2023) Filippo Barbera mette a fuoco una scena semplice e inquietante: spazi nati per l’incontro che oggi somigliano a fondali. Da questa immagine prendo le mosse per leggere un disagio collettivo che non è (solo) urbanistico, ma sociale.
La piazza non è un “contenitore”: è un meccanismo che organizza sguardi, tempi, conflitti, riconoscimenti. Dove si dirada la presenza, si incrinano i riti minimi della cittadinanza: salutarsi, discutere, contraddirsi, decidere. Senza questi micro-rituali, l’altro diventa estraneo anche se abita accanto. La politica perde il suo “apparire” pubblico e diventa gestione senza esposizione: scorre, ma non convoca.
Quando il pubblico si privatizza
La metamorfosi più visibile è la conversione del bene comune in superficie di mercato: eventi-spot, dehors, turismo, “decoro” come filtro. Il conflitto, quando non ha un luogo, migra: si sposta nel digitale, si polarizza, si riduce a rumore. E la domanda di sicurezza, quando diventa ossessione, produce spazi sterilizzati, dove l’imprevisto è trattato come minaccia.
Le città si riempiono di passaggi e si svuotano di permanenze: molta mobilità, poca reciprocità; molta esposizione, poca responsabilità condivisa. E dove tutto è transito, la fiducia non sedimenta.
Mutualismo: dal gesto alla durata
Dentro questo vuoto, riaffiorano pratiche minute che cercano casa nei quartieri e, quando possibile, provano a “mettere radici” nella piazza: reti di vicinato, gruppi di acquisto, banche del tempo, comunità energetiche. Iniziative reali, spesso intermittenti, affidate a pochi “tenitori”.
Quando la rete non trova un luogo, si frantuma in chat e calendari: efficiente, ma evanescente. Il nodo non è la scarsità di altruismo, ma l’assenza di presìdi di comunità che trasformino l’iniziativa in continuità: una casa di quartiere o un hub civico, patti di collaborazione, coordinamento, micro-risorse, competenze e regole chiare tra terzo settore e amministrazioni, capaci di proteggere la continuità senza spegnere l’energia.
Diritto alla prossimità
Riaprire le piazze significa riaprire corpi e istituzioni alla prossimità: luoghi accessibili, forme culturali stabili, servizi che trattino le persone come co-autori. La comunità non è nostalgia: è cura organizzata.
È qui che si decide il destino della partecipazione: o restiamo pubblico di eventi, o diventiamo cittadini di legami. Una democrazia senza spazi condivisi, prima o poi, resta una democrazia senza popolo.
