È appena apparsa, per i tipi di Castelvecchi (nella collana Teologia dalle periferie), una bella biografia scritta da Michele Dau, Louis-Joseph Lebret. L’economia umana: il progresso sociale come ascesa, che già nel titolo suggerisce assonanze e consonanze rimaste a lungo riposte. La prefazione è di Giuseppe De Rita, che conobbe il padre domenicano e che di lui scrive: «Gli ho voluto molto bene; ho ammirato e invidiato i suoi tanti significativi rapporti internazionali; ho letto e riletto i suoi scritti».
Fondatore del movimento Économie et Humanisme
Lebret nasce a Minihic-sur-Rance, in Bretagna, nel 1897, da una famiglia di falegnami e marinai. Dopo la Grande guerra, cui prende parte come ufficiale su un cacciatorpediniere, diventa istruttore all’Accademia Navale e, nel 1923, entra nell’Ordine dei domenicani ad Angers. Nel 1929 torna in Bretagna, a Saint-Malò, dove inizia le inchieste sulle condizioni di vita dei pescatori, guadagnandosi l’appellativo di «pastore dei pescatori e sindacalista degli ultimi».
Sono gli anni della Quadragesimo Anno di Pio XI (1931), che rilancia il messaggio sociale di Leone XIII. Allo scoppio della guerra presta servizio al Ministero della Marina. Nel 1941 fonda a Marsiglia (dal 1943 la sede sarà nei pressi di Lione, prima a Écully poi a La Tourette) il movimento Économie et Humanisme. Nel 1942 nasce la rivista omonima, destinata ad avere vasta eco. Nel 1946 apre a Parigi, in rue Saint-Honoré, una libreria di Économie et Humanisme.
Lo sviluppo come questione mondiale
Dopo la guerra Lebret scopre il mondo. Compie viaggi di ricerca e studio in Brasile, Colombia, India, Italia, Libano, Senegal, inseguendo le prospettive dello sviluppo, locale e globale, i cui problemi vengono da lui posti in modo originale, secondo la formula dell’«economia al servizio dell’uomo», e non viceversa – come dirà poi anche il suo amico e sodale, l’economista francese François Perroux.
Il mondo, a sua volta, scopre padre Lebret. Nascono così collaborazioni con la CEE, la FAO, l’ONU. Nel 1957 fonda a Parigi l’IRFED, per la ricerca su formazione, educazione e sviluppo. Nel 1964 prende parte come esperto ai lavori del Concilio Vaticano II. In quegli anni scrive opere che segnano la coscienza e la cultura del Novecento, come Montée humaine (1951), Suicide ou survie de l’Occident (1958), Dynamique concrète du développement (1961). Muore a Parigi il 19 luglio 1966.
L’Italia come laboratorio decisivo
Ben due degli otto capitoli che compongono il libro hanno come fuoco l’Italia: il quinto (Alla scoperta dell’Italia) e l’ottavo (Tra Roma e il mondo). Viene in luce il rapporto di Lebret con Felice Balbo, con il giovane Giuseppe De Rita e, soprattutto, con Giorgio Sebregondi, che dirigeva la Sezione sociologica della Svimez.
Le pagine sull’amicizia con De Rita sono di particolare valore, specie quelle relative al viaggio di studio compiuto insieme in Basilicata, nella Settimana Santa del 1957, a bordo della Peugeot di Lebret. Vanno a Matera, dove risuonano ancora le parole di denuncia di De Gasperi; a Tricarico, dove Lebret si intrattiene a lungo con Rocco Mazzarone; ad Aliano, sulle tracce di Carlo Levi, dove il padre ripensa alle corrispondenze di vita con la Bretagna, pur in paesaggi esteriori diversi.
Sullo sfondo Chenu e Teilhard de Chardin
La traccia italiana resterà viva in Lebret. Nei suoi scritti citerà – direttamente e indirettamente – le amicizie e le idee acquisite in Italia. E, a sua volta, sarà capace di trasferire a papa Montini idee e pensieri-chiave. «Lo sviluppo autentico è una crescita integrale dell’uomo e di ogni suo aspetto», scrive Lebret nel 1963; «lo sviluppo (…) per essere autentico sviluppo deve essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo», scriverà Montini nel 1967 nella Populorum Progressio.
Di queste assonanze e consonanze – su cui De Rita fornisce precisi riscontri – Dau è pienamente consapevole e ne dà conto al lettore. Sullo sfondo si stagliano le figure di Marie-Dominique Chenu e di Pierre Teilhard de Chardin, tra i più citati nel volume. Ed è così che si ricompongono gli elementi del titolo: da una parte l’economia umana, dall’altra il progresso sociale come ascesa.
