HomeAskanewsLegambiente denuncia un "ecocidio" a Gaza e in Cisgiordania

Legambiente denuncia un "ecocidio" a Gaza e in Cisgiordania

Roma, 5 nov. (askanews) – L’impatto sull’ambiente e sul territorio della guerra a Gaza e dell’occupazione in Cisgiordania, con drammatiche conseguenze a livello di riscaldamento climatico, disponibilità idrica, agricoltura e biodiversità. Di questo si è discusso oggi a Roma durante la conferenza stampa “Palestina: l’eredità ambientale dell’occupazione e della guerra”, organizzata da Legambiente nell’ambito del progetto europeo RAN – ReAct Now, che ha promosso i temi della giustizia climatica formando diversi giovani in Italia, Francia e Germania, e anche in Israele, Giordania e Palestina.

L’evento, che ha visto la partecipazione di Vanessa Pallucchi (Legambiente), Luisa Morgantini (AssoPacePalestina) e delle europarlamentari Cecilia Strada e Annalisa Corrado, ha lanciato un messaggio riassunto così dagli organizzatori in un comunicato: “Genocidio ed ecocidio vanno letti insieme. A tal proposito è necessario un appunto: l’ecocidio non è ancora codificato dal diritto internazionale, ma descrive ciò che in Palestina si vede ogni giorno, cioè la vita resa impossibile non solo oggi, ma anche in futuro, a causa di una strategia di appropriazione e distruzione dei beni ambientali e delle risorse necessarie alla sopravvivenza. Un aggravio, quello dell’occupazione israeliana, che si inserisce in un quadro critico da un punto di vista climatico. La regione del Mediterraneo orientale e del Medio Oriente, a cui appartiene la Palestina, è già oggi classificata come uno degli hotspot climatici mondiali. Le proiezioni riportate parlano di un aumento della temperatura media annuale fino a +4,5°C entro fine secolo, di un’estate più lunga del 49% (circa due mesi in più), di un inverno ridotto del 56% e di precipitazioni annuali in calo del 25%”.

“Fin qui – prosegue il comunicato – uno scenario che accomuna gran parte del bacino mediterraneo. Ma i fatti dimostrano che, a differenza di altri contesti, in Palestina la capacità di adattarsi a questi cambiamenti e i diritti socio-ambientali delle persone sono strutturalmente limitati dal controllo politico e territoriale imposto sulle risorse naturali dal regime israeliano. Una delle questioni che meglio esplicitano la violazione della giustizia ambientale del popolo palestinese è l’acqua. Israele, tramite la società Mekorot, controlla oltre l’80% delle risorse idriche provenienti dalla falda montana e dalla Valle del Giordano”.

La conseguenza, secondo quanto spiegato dagli organizzatori della conferenza stampa è che circa 660.000 palestinesi in Cisgiordania hanno un accesso insufficiente all’acqua potabile. “Secondo B’Tselem – Centro d’informazione israeliano per i diritti umani nei territori occupati – un palestinese della Cisgiordania consuma in media 82 litri al giorno, un israeliano, coloni compresi, 247. Solo il 36% dei palestinesi ha acqua corrente ogni giorno, e nelle comunità non allacciate alla rete la media pro-capite scende a 26 litri – mentre L’OMS indica tra i 50 e i 100 litri il fabbisogno minimo totale di acqua per persona. Inoltre, secondo OCHA, tra gennaio e giugno 2026 oltre 100 episodi di demolizioni o violenze dei coloni hanno danneggiato o distrutto più di 190 strutture idriche e igienico-sanitarie, tra tubature, impianti di irrigazione e cisterne e a pagare sono soprattutto le comunità di pastori dell’Area C (territorio sotto il pieno controllo civile e militare di Israele, dove si trovano la maggior parte delle risorse naturali e gli insediamenti israeliani). Chi perde la cisterna compra l’acqua da un’autobotte o se ne va. La scarsità, in altre parole, produce sfollamento. Danni si ripercuotono anche sull’agricoltura palestinese, che dipende per circa l’80% dalle precipitazioni, un fattore che, sommato alla crisi climatica, la rende estremamente esposta alla siccità”.

“Oltre la scarsità d’acqua – prosegue il comunicato – c’è l’occupazione della terra. Il rapporto di Peace Now e Kerem Navot, due organizzazioni israeliane, calcola che dal 2023 siano nati 185 nuovi avamposti israeliani e che quelli agricoli e pastorali controllino ormai circa il 18% della Cisgiordania. Il 2025 è stato l’anno record anche per le nuove colonie e per gli avamposti: 86 in un solo anno. Per chi vive su quella terra, il bilancio è sociale prima che ambientale. OCHA registra che al 4 settembre oltre 3.960 palestinesi sono stati sfollati nel 2026, più di 16 al giorno, quasi il doppio della media 2023-2025, e che le violenze dei coloni sono ormai la causa principale degli sfollamenti. Per le Nazioni Unite gli attacchi dei coloni sono in media sei al giorno. Tra agosto 2025 e metà giugno 2026 OCHA ha documentato in alcune aree oltre 70 attacchi con feriti o danni”.

Anche la gestione dei rifiuti risente delle stesse restrizioni territoriali: “La Cisgiordania – prosegue il comunicato – produce circa 1.835 tonnellate di rifiuti solidi al giorno, di cui circa 343 tonnellate finiscono in discariche abusive dove prevale la combustione incontrollata. B’Tselem ha censito già nel 2017 almeno 15 impianti israeliani di trattamento dei rifiuti in Cisgiordania, che lavorano rifiuti prodotti in gran parte dentro Israele, sfruttando norme ambientali più blande. Un capitolo a parte riguarda l’e-waste: tra Hebron e Idhna si lavorano ogni anno tra le 57.000 e le 64.000 tonnellate di rifiuti elettronici informalmente riciclati, con un impatto sanitario gravissimo – tra cui un’incidenza più alta di linfomi – nelle comunità che vivono vicino ai siti di combustione. Anche le acque reflue sono un problema: un’analisi del Norwegian Refugee Council, con campioni esaminati dall’Università di Birzeit, ha documentato terreni agricoli palestinesi resi inutilizzabili dagli scarichi non trattati delle colonie. Oggi le autorità ambientali palestinesi parlano di 92 discariche abusive nate in Cisgiordania dall’ottobre 2023, quasi tutte in Area C, dove l’Autorità palestinese non ha giurisdizione, e di nessun permesso israeliano per un impianto palestinese di gestione dei rifiuti da oltre vent’anni”.

“Il conto finale – sottolineano gli organizzatori della conferenza – lo paga la biodiversità. Secondo la Commissione per la resistenza al Muro e alla colonizzazione, nel 2025 sono stati sradicati o danneggiati 35.273 alberi, di cui 26.988 ulivi, più del doppio dei 14.212 del 2024, e nei primi cinque mesi del 2026 se ne contano già oltre 10.000, con almeno 120.000 alberi colpiti dal 2020. Quando un ulivo viene estirpato, o un’area di pascolo viene recintata, non scompare soltanto un reddito: si spezzano corridoi ecologici e habitat”.

“Il volontariato ancora una volta costruisce ponti che creano relazioni solidali fra le nuove generazioni che, a livello globale, oltre i propri confini nazionali, chiedono pace, giustizia sociale e climatica – ha dichiarato Vanessa Pallucchi, Vice-Presidente di Legambiente – toccare con mano e documentare cosa sta accadendo in Palestina, in questo momento, aiuta a definire la complessità dei problemi che oltre ad essere di natura umanitaria sono anche di natura ambientale. Per questo motivo gli esiti del nostro progetto ReAct Now vengono presentati a ridosso della Giornata internazionale Onu per la prevenzione dello sfruttamento dell’ambiente in situazioni di guerra e conflitto armato, come parte di un percorso che vede l’associazione impegnata nel riconoscimento del reato di ecocidio anche nel nostro Paese, come verrà discusso nel seminario Verso la pace con la natura, a Milano, proprio per celebrare la giornata Onu del 6 novembre”.