Firenze, 4 ott. (askanews) – La parola chiave è “garanzia”. E si trascina da un paio di giorni, da quando Giuseppe Conte ha chiesto ad Elly Schlein di farsi, in qualche modo, “garante”, della presenza di Matteo Renzi nella coalizione del campo largo. E lui, Renzi, dalla tre giorni della Leopolda 14, ha risposto citando Clint Eastwood: “Se vuoi una garanzia comprati un tostapane”. Una battuta, la volontà di non entrare subito in rotta di collisione con il leader Cinquestelle perchè “uniti si vince” e perchè la partita, stavolta, non si gioca “sugli ego dei leader del centrosinistra” ma è un “bivio” più grande: “O Meloni va a casa o va al Quirinale”, va ripetendo l’ex premier.
Allora aspetta un giorno, Matteo Renzi, e su quella parola “garanzia” ci costruisce un ragionamento politico, una risposta a Conte, certo, ma anche un paletto per tutta la coalizione, perchè, dice, l’unica garanzia che si può invocare è quella di “un contratto alla tedesca”, nel quale tutti i partiti dell’alleanza progressita si impegnino a rispettare determinati punti fermi. Lui, intanto, elenca i suoi e, in controluce, c’è l’affondo, il ricordo del primo governo Conte, quello in cui, tra il 2018 e il 2019, il presidente M5s ha governato con Matteo Salvini al Viminale e Giancarlo Giorgetti sottosegretario.
Quindi, primo paletto: “Vorrei lanciare un ramoscello di pace a chi chiede garanzie su di me, comprendo Giuseppe Conte” ma “anche io chiedo una garanzia al presidente Conte, vogliamo la garanzia che Matteo Salvini non vada mai più al Viminale”. Secondo paletto, “chiediamo a Conte la garanzia che, oltre a Salvini, non ci sia più nemmeno Giorgetti in Consiglio dei ministri”, “Giorgetti – osserva Renzi – è quello considerato bravo ma poi sbaglia i conti”.
Infine, un’ultima linea rossa, “la garanzia che noi non staremo mai dalla parte di Donald Trump, un uomo che ha distrutto il sogno americano a 250 anni dalla dichiarazione di indipendenza” perchè “noi che siamo cresciuti con Obama e con i valori progressisti americani, sappiamo benissimo da che parte stare”. Va da sè che al Quirinale, quando si voterà, nel 2029, non può andare “nè un sovranista nè un populista” nè qualcuno “che abbia lavorato fino a poco prima al Dis”. E il riferimento è ad Elisabetta Belloni, ex direttrice generale del Dis, nella rosa dei ‘quirinabili’ nel 2022, nome sostenuto ai tempi dal Pd e dal Movimento Cinquestelle.
Poi c’è la questione centro. E agli altri centri del campo largo, oltre a Casa riformista, Renzi dice, sostanzialmente, che non devono chiedere “garanzie”, soprattutto per i posti in lista. Chi vuole, chi ci crede, è il filo del suo ragionamento, si butti, “si metta in discussione” ma “senza veti”, senza personalismi, senza chiedere “il posto sicuro”. Lui stesso, ribadisce, non si candiderà nel maggioritario, questa è la condizione di “parità”, la conquista del consenso. Basta, ribadisce, con i “maestrini che dicono io non sto con Caio perchè ha detto questo, non sto con Tizio perchè ha detto quest’altro”.
E poi c’è l’appello, l’urlo quasi, verso “i riformisti di Forza Italia”. “Il mio è un grande appello ai riformisti di Forza Italia, lasciatela e venite con noi, non è casa vostra, non potete stare con chi nega l’Europa e con i sovranisti, non può farlo chi ha creduto al sogno europeo di Berlusconi. Le porte sono aperte, venite a darci una mano” dice Renzi che si mostra “certo” che “nelle prossime ore qualche segnale arriverà”. Intanto la Leopolda 14, dedicata al ritorno a Itaca ovvero al governo del Paese, chiude, con una partecipazione stimata in 10mila persone in tre giorni. E Renzi scherza: “Devono essere tutti qui quelli che ci votano”.

