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mercoledì, 7 Gennaio, 2026
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L’Europa è forte, ma non lo sa…ancora

Guerre, crisi del diritto internazionale e pressioni delle grandi potenze mostrano che l’Unione Europea dispone di strumenti reali di forza politica ed economica, ma fatica ancora a riconoscerli e a usarli come leva comune.

Due eventi traumatici, uno drammatico (la guerra in Ucraina) l’altro politico (la pubblicazione del documento annuale sulla Sicurezza Nazionale USA) hanno indicato agli europei la via da intraprendere con una determinazione che non c’è mai stata: quella di una maggior integrazione, e in prospettiva – non troppo lontana nel tempo – di una vera federazione. E ora un terzo, l’intervento americano in Venezuela, li pone innanzi alla conferma che le basi del diritto internazionale sono state minate in modo grave (si spera non permanente ma di questo non vi è alcuna certezza) e alla conseguente necessità di reagire unitariamente a questo sfregio.

Una forza di cui non sempre siamo consapevoli

Se solo ne fossero pienamente consapevoli. Ma non tutti – o forse solo pochi – lo sono. Cosa di cui invece sono edotti gli altri grandi attori globali, che non per caso li vogliono disuniti.

Un’Europa divisa in tanti piccoli Stati e pertanto debole nei rapporti politici, commerciali, militari e quant’altro con il resto del mondo e con i principali player in modo particolare.

Trump, Putin e la paura dell’unità europea

Prendiamo Trump e Putin. Entrambi ipernazionalisti, è probabile che non comprendano – verrebbe da dire ontologicamente – il valore, il significato di fondo, la natura intrinseca dell’unità europea: ovvero quella di una “condivisione di sovranità”.

Di sicuro però ne intuiscono la potenziale forza e lo testimoniano con le loro affermazioni, ognuno alla sua maniera: ad esempio quando il presidente americano sostiene, dimostrando una volta di più la sua profonda ignoranza, che l’Unione Europea è stata costituita per “fregare” gli Stati Uniti; o quando lo zar russo accusa Bruxelles di volere la guerra, attribuendole così, implicitamente, una potenza militare rilevante (che in realtà sarebbe tale solo se unificata).

L’Ucraina e la prova dei fatti

Certo è che, sia pure con una certa fatica, gli europei sono riusciti a sostenere la difesa dell’Ucraina non solo con l’aiuto economico e militare ma anche bloccando o quanto meno inducendo a qualche riflessione aggiuntiva il tycoon nella sua interessata propensione a favorire Mosca nel suo scontro con Kyiv.

Prima e dopo il meeting di Anchorage e ancora adesso, in questa fase che potrebbe – potrebbe – rivelarsi decisiva ai fini del raggiungimento di un accordo di pace (o almeno di una solida tregua).

Non solo. Gli ormai numerosi pacchetti di sanzioni inflitte a Mosca dall’UE alla lunga stanno effettivamente indebolendo l’economia russa, ridotta ormai a “economia di guerra” o poco più.

Propaganda, quinte colonne e asset congelati

Ovviamente questa è una constatazione che si guardano bene dal condividere i numerosi fan del “partito putiniano” che, in Italia e altrove, negano qualsiasi spiraglio di pace che non sia l’acquiescenza totale alle intimazioni del Cremlino, veicolate per lo più attraverso quattro personaggi ormai noti: l’eterno ministro degli esteri; la sua ineffabile portavoce; l’altro portavoce, quello del Cremlino; l’ex presidente della federazione, sempre pronto a evocare la minaccia atomica.

Volti e nomi che abbiamo imparato a conoscere bene e che qui in Italia hanno individuato quale nemico principale il nostro Presidente della Repubblica.

Si potrebbe aggiungere pure un ulteriore elemento di forza, nelle relazioni con Mosca: l’ammontare ingente degli asset finanziari russi detenuti per lo più presso Euroclear a Bruxelles. Cautamente non impiegati ora per sostenere la spesa militare ucraina (come con forse eccessiva leggerezza aveva ipotizzato la presidente Von der Leyen) ma comunque fermi qui in Europa.

Il mercato europeo come leva strategica

Nei confronti degli Stati Uniti, al di là dei dazi subìti con troppa acquiescenza, l’Unione potrebbe far pesare la propria forza commerciale, il proprio essere un mercato unico e florido di quasi mezzo miliardo di persone.

Non a caso assai ambìto dalla Cina, che ne ha fatto il terminale della sua Belt & Road Initiative, la cosiddetta Nuova Via della Seta.

Una forza palesemente sottovalutata a parole da Trump ma in realtà temuta: e quindi combattuta con l’arma dei dazi (lo strumento “preferito” dall’arrogante inquilino della Casa Bianca) ma ancor più con l’azione volta a disgregare la possibile unità europea favorendo i movimenti e i partiti sovranisti in essa presenti e operanti.

Il passo che manca

All’Europa non fa difetto la forza. Manca piuttosto la consapevolezza, forse meglio dire la piena consapevolezza della propria forza. Che però è tale solo se unita. Questo è il passo da fare.

Ideologia MAGA imperniata su America First e ideologia putiniana imperniata sul Russkiy Mir potrebbero (dovrebbero) imporre agli europei quel cambio di passo.

Un promemoria per il nuovo anno, nel quale potrebbe aprirsi un nuovo dossier. Molto delicato. Si chiama Groenlandia.