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L’Europa non può vivere di veti

Il prezzo politico di un’Unione che promette autonomia ma fatica a decidere: superare i veti, finanziare le priorità comuni e rafforzare il controllo democratico per restituire all’Europa capacità d’azione e responsabilità verso i cittadini.

Il costo dell’immobilismo

L’Europa produce regole, ma davanti alle grandi scelte torna a somigliare a una conferenza di governi. Il problema è trasformare ventisette sensibilità in decisioni prima che altri decidano per noi. L’immobilismo non è neutralità. È una scelta, spesso la più costosa.

Il 19 ottobre, a Palazzo Vecchio, il confronto su Un Codice per una Nuova Europa riaprirà una questione che non può restare culturale. Il progetto di Nuova Camaldoli, presentato a Camaldoli nel settembre 2025, è stato pubblicato da Ave nel luglio 2026. Nel ricordo di David Sassoli, la domanda è scomoda: quale potere comune siamo pronti a costruire, e chi dovrà risponderne?

 

Il paradosso dell’unanimità

L’Unione non è paralizzata ovunque dal veto: gran parte della legislazione viene approvata a maggioranza qualificata. Ma proprio su dossier strategici — politica estera e di sicurezza, risorse proprie, bilancio pluriennale — resta decisiva l’unanimità, pur con eccezioni. Così un governo può bloccare impegni che riguardano centinaia di milioni di cittadini. Difendere la sovranità è legittimo; scambiare il diritto di blocco per capacità di governo è un’illusione.

Esistono già nei Trattati «clausole passerella» per passare, in ambiti delimitati, dall’unanimità alla maggioranza qualificata. Non sono scorciatoie: richiedono accordi unanimi e garanzie istituzionali. Ecco il paradosso: per disinnescare certi veti serve prima superare un veto. Se il limite è politico, bisogna dirlo; se servono riforme dei Trattati, occorre avere il coraggio di discuterle.

 

Le risorse per l’autonomia

La seconda contraddizione riguarda il denaro. La Commissione propone quasi 2.000 miliardi per il bilancio UE 2028-2034: sono sette anni di risorse comuni, non uno stanziamento già approvato. Il rapporto Draghi stima invece in 750-800 miliardi l’anno gli investimenti aggiuntivi, pubblici e privati, necessari alla competitività europea. Grandezze diverse, che non vanno sommate né contrapposte, ma che rendono evidente una domanda: con quali strumenti finanziamo le priorità che dichiariamo indispensabili?

Autonomia strategica non è uno slogan da aggiungere a ogni comunicato. Significa collegare reti energetiche, trattenere e attrarre ricerca, far crescere imprese tecnologiche, ridurre dipendenze critiche e investire nella sicurezza. Senza strumenti comuni, ciascun Paese rischia di pagare di più per ottenere meno. Ma ogni nuovo investimento chiede una scelta trasparente: chi contribuisce, chi beneficia, quali territori rischiano di essere esclusi?

 

Il nodo democratico

C’è infine il nodo democratico. Il Parlamento europeo è colegislatore in molte materie, ma non ha un diritto generale di iniziativa legislativa: può chiedere proposte alla Commissione, che deve motivare il rifiuto. Una maggiore capacità di agire dell’Unione, senza un controllo parlamentare più leggibile, rischia di ampliare proprio quella distanza dai cittadini da colmare.

Serve una responsabilità riconoscibile: decisioni condivise dove i problemi attraversano le frontiere; sussidiarietà dove le comunità possono agire meglio; più trasparenza sui compromessi tra governi; verifica pubblica degli effetti su lavoro, coesione, ambiente e diritti. La sicurezza non può diventare l’alibi per dimenticare la diplomazia e la pace. E la competitività non può trasformarsi in una corsa che lascia indietro i territori fragili.

 

Una nuova Camaldoli europea

Il Codice di Camaldoli del 1943 immaginò il Paese da ricostruire. Una nuova Camaldoli europea dovrebbe chiedere non soltanto quali valori ci uniscono, ma quali decisioni siamo pronti ad assumere insieme. Il costo della non-Europa non compare in una singola voce di bilancio: lo paghiamo ogni volta che il futuro del continente viene deciso altrove.

 

Nota dell’autrice

Il Manifesto per l’Umanizzazione della Società e il lavoro di ricerca sull’Humanization Impact Framework (HIF), promossi da FRIBC, approfondiscono un interrogativo complementare: come osservare gli effetti concreti delle decisioni europee sulle persone e sulle comunità.