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martedì, 20 Gennaio, 2026
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L’Impero dell’Io: la nuova geografia di Trump

Dalla guerra in Ucraina alla Groenlandia, la diplomazia viene piegata a una logica di prestigio personale che mette in discussione alleanze e diritto internazionale.

Aprendo contemporaneamente più fronti di interesse e concreto o ipotizzato intervento Donald Trump sta letteralmente scompaginando la geopolitica a livello planetario: il rischio è di poter davvero gestire situazioni complicate tenuto conto che anche sul fronte interno gli USA qualche problemino ce l’hanno pure loro, dalla politica, alla FED, all’ordine pubblico.

Di fatto il disimpegno americano sul versante ucraino è di tutta evidenza: Trump addebita a Zelensky le colpe della tregua mancata e della pace rinviata, a fronte di trattative inconcludenti o di fatto inutili (che fine ha fatto il famoso piano per un ipotetico accordo?) egli è diventato il migliore alleato di Putin. Se avesse applicato la più elementare delle distinzioni tra un Paese aggressore ed uno aggredito, se si capacitasse della devastazione che i bombardamenti russi stanno provocando sul territorio martoriato dell’Ucraina avrebbe usato la stessa forza persuasiva che impiega altrove.

(Il suo distacco politico ed emotivo da un paese al buio e senza riscaldamento, con le centrali energetiche sotto tiro preluderà ad un nuovo Holodomor? Non pare fantapolitica.)

Dal disimpegno ucraino al protagonismo globale

A cominciare dal Venezuela con l’arresto e la deportazione di Maduro o dalla Nigeria con l’attacco a Boco Haram, dalle minacce interventiste in Iran contro il regime della guida suprema Alì Khamenei, dal Medio Oriente dove tutto pare ancora in sospeso mentre già si accredita per la gestione della ricostruzione di Gaza, Netanyahu permettendo. Ma il presenzialismo asfissiante che sta esercitando sulla Groenlandia va ora scuotendo le diplomazie europee, a cominciare dalla Danimarca che vi esercita un “protettorato”: l’isola è membro della Nato e fa geograficamente parte dell’Europa pur essendone decentrata.

La Groenlandia, le terre rare e la frattura dell’Occidente

Qui non il petrolio, il gas o più nobili intendimenti ispirano le sue mosse: sono le terre rare il vero motore di tanta cupidigia oltre al timore che gli USA possano essere preceduti dalla Cina e soprattutto dalla Russia per la posizione strategicamente importante per le rotte commerciali artiche (come la Northern Sea Route) grazie alla sua posizione nel GIUK gap (Groenlandia, Islanda, UK), che controlla l’accesso all’Atlantico, di questo vasto territorio abitato da poco più di 50 mila abitanti.

L’UE, il Consiglio d’Europa e alcuni Stati membri hanno reagito con fermezza a questo tentativo di ladrocinio: in ogni università del mondo al primo anno di giurisprudenza si insegna quali sono gli elementi costitutivi di uno Stato e di una Nazione, in base al sacrosanto principio dell’autodeterminazione: il popolo, il territorio e la potestà di governo. Impossessarsi di un territorio comprandolo (a 100 mila dollari a famiglia) o prendendolo con la forza nulla ha a che fare con i principi di libertà e democrazia.

È vero che finora l’Europa è stata il principale alleato degli USA ma questo sodalizio sembra destinato a frantumarsi per la cupidigia del Capo della Casa Bianca. Sostituire la Nato con un’Alleanza a guida americana significa rompere il fronte occidentale: arriveremo a due Occidenti, avversari tra loro?

Luigi Marco Bassani ha appena pubblicato un libro su questo ipotetico pericolo (Occidente contro Occidente, edizioni Liberilibri).

Il Nobel, la pace e la diplomazia come posta in gioco

Intanto Francia, Gran Bretagna e Germania (quest’ultima li ha frettolosamente ritirati come scrive Bild) hanno inviato una pattuglia di militari a presidiare simbolicamente e pacificamente l’isola.

La determinazione di Trump ad aggregare la Groenlandia è totale: in queste occasioni viene da chiedersi quanto vi sia di politicamente e strategicamente oggettivo in questo atteggiamento o quanta parte vada ascritta all’intemperanza del personaggio, evidentemente circondato da cattivi consiglieri.

Intanto Trump scrive al premier norvegese Jonas Gahr Store: «Senza il Premio Nobel non mi sento più obbligato alla pace». Un proposito che, prendendolo alla lettera, è la premessa di uno sconquasso nel campo della Nato e delle storiche alleanze dei Paesi dell’Occidente. Considerati i criteri che Trump va applicando per fregiarsi di questo riconoscimento: dazi, dazi e ancora dazi.

Dialogo, ascolto, diplomazia sono le invocazioni di chi vorrebbe evitare una crisi apicale: l’Ue i singoli Paesi dell’Europa sono concretamente impegnati in questa direzione e, francamente, il mondo intero, per l’effetto domino che sarebbe avviato ovunque a livello planetario, resta col fiato sospeso.