Caro Direttore Sabella, nel linguaggio ricorrente e nell’immaginario collettivo il dibattito e l’attenzione si concentrano sul tema attuale della cosiddetta “transizione”, considerata nei suoi aspetti più ricorrenti: digitale, energetica, ambientale e nei loro correlati antropologici. Nel Suo libro “La grande transizione del capitalismo” edito da Rubbettino Lei sposta invece il focus sul tema del “capitalismo”. Perché?
Nel dibattito pubblico la parola transizione è diventata quasi una formula magica: digitale, ecologica, energetica. Nel mio libro La grande transizione del capitalismo ho scelto di spostare il focus proprio su questo punto: non stiamo vivendo una transizione neutra, ma una trasformazione strutturale del capitalismo. Parlare solo di tecnologia significa eludere la questione centrale: chi decide, chi guadagna, chi perde. Siamo di fronte a una riorganizzazione profonda delle forme di accumulazione, dei rapporti di potere e dei meccanismi di legittimazione dell’economia globale.
Il capitalismo non cambia per caso: cambia per continuare a riprodursi. Joseph Schumpeter lo aveva già colto descrivendolo come un sistema fondato sulla “distruzione creatrice”, in cui l’innovazione rompe equilibri, genera crescita ma anche instabilità. La trasformazione non è dunque un’anomalia, bensì la condizione normale di funzionamento del capitalismo. Negli ultimi decenni questa dinamica si è intensificata: alle grandi ondate di innovazione si sono accompagnate disuguaglianze crescenti, precarizzazione del lavoro e crisi ricorrenti. L’idea di una transizione indolore e governabile tecnicamente appare, alla luce di questa storia, ingenua.
il capitalismo per Sabella
Anche l’ascesa della Cina ha infranto l’equazione tra capitalismo, libero mercato e democrazia liberale, mostrando l’esistenza di forme di capitalismo politico in cui potere economico e potere statale sono intrecciati. In questo senso, la transizione ecologica e digitale non rappresenta una rottura con il capitalismo, ma la sua più recente ristrutturazione storica, che ridefinisce priorità produttive, tecnologiche ed energetiche. Tuttavia, per capire davvero la transizione dobbiamo tornare a interrogare il capitalismo e porci la domanda più scomoda e necessaria: a vantaggio di chi si sta trasformando? La questione decisiva è se questa nuova fase produrrà benefici diffusi e inclusione sociale, oppure se finirà per accentuare ulteriormente le disuguaglianze: è su questo terreno che oggi si gioca il senso politico e sociale della transizione.
Ad un livello interpretativo ed euristico, secondo un’analisi economica ma anche socio-culturale, a quale arco temporale possiamo ascrivere questa decisa virata del capitalismo? Quali sono le sembianze caratterizzanti il capitalismo che lo rendono diverso e attuale? Quali sono gli assi portanti entro cui si va caratterizzando come aspetto prevalente della transizione globale?
La transizione attuale va letta come crisi e riconfigurazione della globalizzazione costruita sotto l’egemonia americana e rafforzata negli anni del neoliberismo. Per decenni il mercato globale ha garantito crescita e interdipendenza, ma con benefici profondamente asimmetrici. La rottura arriva nel 2008: Lehman Brothers segna la fine di un ciclo storico. Gli Stati Uniti non sono più il “compratore di ultima istanza”, il multilateralismo si incrina e la Cina diventa un competitor strategico.
Non si tratta di una semplice frattura tra Occidente e Asia, ma della formazione di blocchi economici e geopolitici. La competizione tra Stati Uniti e Cina non riguarda solo commercio e tecnologia, ma due forme di capitalismo: uno liberale un po’ in difficoltà e uno politico che integra mercato e Stato, anch’esso alle prese con qualche problema (in particolare, sovrapproduzione merci). In questa tensione prende forma la nuova fase storica, in cui energia e tecnologia diventano inseparabili. Senza sicurezza energetica non esistono né autonomia tecnologica né sovranità strategica.
