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venerdì, 16 Gennaio, 2026
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L’incerta politica USA in Asia

Ritorno alla Dottrina Monroe, ambiguità strategiche e spazio lasciato alla Cina: Washington fatica a definire una linea coerente nel continente che decide gli equilibri del XXI secolo

Con la riscoperta e il rilancio in una versione aggiornata della “Dottrina Monroe” appare alquanto chiara la determinazione degli Stati Uniti oggi guidati da Trump di riacquisire un pieno dominio dell’intero continente americano. I dossier ancora aperti sono diversi, dal Canada al Brasile, per non dire di Cuba, ma il quadro generale è stato disegnato e annunciato.

Quello che invece non è tuttora evidente, neanche un po’, è il disegno – se ve ne è uno – che la Casa Bianca sta immaginando per il continente asiatico. Quello che tutti gli indicatori da anni ormai predicono come il “centro del mondo” del XXI secolo.

Il tramonto del “pivot to Asia”

Durante la prima Amministrazione Trump l’obamiano “pivot to Asia” era rimasto un cardine della politica estera americana, sia pure gestito con qualche volo pindarico del tycoon newyorkese (si ricorderà, ad esempio, il surreale incontro col dittatore nordcoreano Kim Jong-un). Ora invece le cose appaiono meno chiare, al punto che – come recentemente si è scritto anche qui – la difesa di Taiwan dalle mire territoriali di Pechino non sembra affatto granitica e l’intesa strategica con l’India in ottica anti-cinese è stata picconata almeno un po’, e non si sa bene con quanta consapevolezza.

Il vertice previsto la prossima primavera fra Xi e Trump potrà forse offrire qualche indicazione in proposito.

La SCO come alternativa al multilateralismo occidentale

Per intanto – pur dovendo affrontare molti problemi incombenti, occultati dal ferreo controllo interno imposto dal regime – la dirigenza cinese ha rafforzato la propria influenza, politica e economica, sui paesi inquadrati nella Conferenza per la Cooperazione di Shangai (SCO). Costituita nel 2001, la SCO era in origine un’organizzazione informale di sicurezza comune fra Cina, Russia e paesi centroasiatici già appartenenti all’Unione Sovietica.

Ma con l’arrivo al potere nella Città Proibita di Xi Jinping essa si è allargata a India e Pakistan (paesi fra loro in periodico conflitto) e successivamente all’Iran, trasformandosi nel tempo in un centro di aggregazione – a guida cinese, evidentemente – oppositivo al multilateralismo a trazione occidentale.

Il “secolo asiatico” visto da Pechino

Questi dirompenti dodici mesi trumpiani hanno favorito ulteriormente detto sviluppo, celebrato con l’incontro di Tianjin di pochi mesi fa. Il cui esito è stato, dal punto di vista concreto, l’impegno cinese a sovvenzionare gli Stati membri della SCO con un prestito triennale importante a un consorzio bancario della medesima SCO.

Ma più ancora degli investimenti economici, ai quali si associa un ormai chiaro incentivo all’utilizzo dello yuan cinese in luogo del dollaro, è il messaggio neanche tanto subliminale che conta di più, nella mente di Xi: ovvero la concreta possibilità – dimostrata agli altri asiatici – di una completa autonomia, di un effettivo ridimensionamento non provvisorio dell’Occidente (per di più guidato da una leadership americana che non se ne fa più pieno carico), di un nuovo ordine planetario destinato a celebrare il “secolo asiatico”, gerarchizzato intorno al sole cinese.

“Grande è la confusione sotto il cielo”

Questo piano, se da un lato sfrutta gli errori di Trump, dall’altro ingenera però preoccupazioni e sospetti legittimi in quelli che sono paesi asiatici vicini economicamente e politicamente al gigante a stelle e strisce, oggi giustamente inquieti a fronte della non chiara posizione americana nella regione. E così non solo l’India – che però gioca una partita a parte, ambendo a una supremazia regionale nell’occidente continentale – e non solo la sempre più angosciata isola di Taiwan, ma pure Vietnam, Filippine, Corea del Sud e naturalmente Giappone si domandano che fare: stretti fra un ingombrante vicino che mostra aspirazioni imperiali e un grande alleato che pare non volersi più interessare a loro come ha fatto sino ad oggi.

“Grande è la confusione sotto il cielo”, avrebbe detto il Grande Timoniere. Ma “la situazione è eccellente”? In effetti sì, vista da Pechino. Ma solo da lì.