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L’insostenibile leggerezza di Renzi

S’appropria del referendum quand’anche, ad oggi, s’ignori quale sia stata la sua scelta. Spiega inoltre che la Destra si può battere, consentendo al fronte progressista di mirare a Palazzo Chigi e al Quirinale. Un gioco pericoloso.

La lettura di Renzi

Nell’intervista apparsa ieri su Repubblica, Matteo Renzi interpreta l’esito referendario come un punto di svolta: la destra, e in particolare Giorgia Meloni, avrebbe subito un triplo contraccolpo — psicologico, politico e ‘narrativo’. Da qui la conclusione: per il centrosinistra si apre una fase favorevole, a patto di non disperdere l’occasione.

Il ragionamento è lineare e, per alcuni versi, non privo di fondamento. Il voto ha effettivamente introdotto un elemento di discontinuità, incrinando l’immagine di una maggioranza impermeabile agli scossoni.

Unappropriazione discutibile

È però sul terreno della coerenza politica che l’abile discorso di Renzi mostra tutta la sua fragilità. L’ex premier parla come interprete di un risultato che attribuisce al campo progressista, ma senza aver chiarito quale sia stata la sua posizione nel referendum. Non lo ha fatto durante la campagna elettorale, quando era doveroso farlo per un leader di partito, né dopo il voto.

Intestarsi la vittoria del No come base per un’offensiva contro la destra appare un esercizio di notevole disinvoltura. Parlare a nome di milioni di elettori, senza aver contribuito in modo riconoscibile all’esito del voto, è un passaggio che eccede anche i margini della consueta elasticità renziana.

 

Le primarie e il nodo della leadership

Renzi insiste poi sulla necessità di primarie rapide e regolate, individuando nello strumento una possibile chiave di ricomposizione del campo progressista. L’indicazione, in sé, ha una sua coerenza: senza una procedura condivisa, la competizione tra leadership rischia di provocare solo danni. Comunque, Renzi assicura che nella competizione entrerebbe anche la candidatura del “centro”. Con quale linea e per quale ragione è difficile capirlo, visto e considerato che nella lunga intervista si sottolinea la necessità di un accordo tra Schlein e Conte ai fini della stabilità della coalizione. Quindi, a che serve la candidatura di centro?

Il doppio obiettivo: arroganza di potere

Più problematico è infine il passaggio in cui Renzi evoca, sia pure velatamente, la prospettiva di questa convergenza tra Schlein e Conte in direzione di un duplice esito: Palazzo Chigi e il Quirinale. L’accenno è rapido, ma sufficiente a delineare uno scenario di spartizione del potere che appare azzardato e soprattutto inaccettabile

A voler essere indulgenti, si potrebbe leggere questa uscita come un modo sibillino per mettere in guardia i due principali attori del fronte progressista. Come a dire: “non provate neppure a pensarci”. E però si tratta di un accenno che stride con la decenza, avendo in sé un che di arroganza e presunzione.

È qui che emerge il limite più evidente dell’impostazione renziana. Nel momento in cui il centro riformista dovrebbe proporsi come fattore di equilibrio e di misura, esso si presenta invece con tratti di improvvisazione e spavalderia. È il limite strutturale di un’operazione che vorrebbe essere di rafforzamento del campo largo ma alla resa dei conti, non aprendo varchi nell’elettorale largamente indisponibile a cadere dalla padella (Meloni) alla brace (Schlein-Conte), si riduce nell’ipotesi migliore a una qualche redistribuzione dei voti attribuibili grosso modo allo schieramento di sinistra. Qualcosa che serve solo a Renzi e ad altri insieme a lui. Il centro, come cultura politica e visione politica, non può stare dentro questa logica.