HomeAskanewsLo scisma dei lefebvriani, da Econe una rottura cercata da 38 anni

Lo scisma dei lefebvriani, da Econe una rottura cercata da 38 anni

Città del Vaticano, 1 lug. (askanews) – Uno strappo, si direbbe, voluto da 38 anni. E’ quello che si è (quasi puntualmente) ripetuto oggi ad Econe in Svizzera, la località salita agli onori delle cronache per l’avvenuta ordinazione, senza mandato pontificio, di nuovi quattro vescovi, a questo punto, di fatto scomunicati. Una frattura tutta giocata sul crinale dell’evento più importante per la comunità cattolica mondiale degli ultimi sessant’anni: quel Concilio Vaticano II, momento di “grazia” per la Chiesa e l’opposto per mons. Marcel Lefebvre, che mai ne ha riconosciuto le decisioni ed i “segni” profetici.

Fu il 9 giugno del 1988 la data nella quale san Giovanni Paolo II (come fatto ora da Papa Leone XIV) decise di scrivere una missiva all’arcivescovo francese per invitarlo (con toni anche ultimativi) a non procedere all e ordinazioni episcopali, anche quella volta, di quattro vescovi fuori dalla comunione cattolica. Senza successo, visto che il 30 giugno di quell’anno, le ordinazioni furono fatte, nello stesso scenario di oggi, quello di Econe.

E anche in quel caso, la conclusione fu la medesima, la scomunica “latae sententiae” per i consacranti ed i consacrati.

Ma la parabola del lefebvrismo si apre già durante i lavori conciliari con l’arcivescovo francese che si distinse come uno dei i protagonisti dell’assise e punto di riferimento dei critici delle scelte assunte dal Vaticano II. Critiche che lo hanno visto contrario a questioni di primo piano come la dichiarazione sulla libertà religiosa, il decreto sull’ecumenismo, alcuni aspetti della collegialità episcopale nel governo della Chiesa e, successivamente, alla riforma liturgica adottata da papa Paolo VI con l’introduzione della lingua nazionale nelle liturgie e l’andata in soffitta della lingua latina. Fu nel 1970 che nacque, invece, la Fraternità sacerdotale San Pio X con il seminario di Econe che divenne ben presto l’aggregatore per quanti, da diversi continenti, si dicevano ostili ai cambiamenti post-Conciliari e alle sue aperture al mondo.

Benedetto XVI, nel tentativo di favorire una riconciliazione, nel 2009 revocò la scomunica ai quattro vescovi consacrati a Econe, aprendo un lungo confronto dottrinale che, però, non portò ad alcun accordo e che fece soffrire il pontefice-teologo tedesco, come lui stesso rivelò in seguito. Aperture, in parte, avallate anche dallo stesso Papa Francesco che, nel tentativo di non peggiorare le fratture, concesse ai sacerdoti della Fraternità la facoltà di confessare validamente e stabilì modalità per il riconoscimento dei matrimoni celebrati nei suoi priorati. Tutto questo, evidentemente, è risultato vano alla luce dei fatti e delle decisioni assunte dall’altra parte e che hanno portato alle ordinazioni odierne. Se ad oggi da parte della Santa Sede si è preferito il silenzio, certamente da domani sono attese prese di posizione ufficiali. Intanto l’esercito lefebvriano può contare attualmente su 733 sacerdoti, 264 seminaristi, religiosi e religiose in più parti del mondo con alcune centinaia di migliaia di laici che affermano di farvi parte.

Con oggi si è così tornati a parlare di “scomunica” e di “latae sententiae” dopo le ordinazioni episcopali, non in comunione con Roma, da parte dei lefebvriani.

Nella sua etimologia latina, “ex-communicare” significa “mettere fuori dalla comunione”. Un provvedimento che, come ha ricordato anche Papa Leone XIV nella sua lettera del 29 giugno indirizzata al Superiore generale della Fraternità, don Davide Pagliarani, viene assunto, in questo caso, dopo un “atto scismatico”, (quello delle ordinazioni episcopali senza mandato pontificio, appunto), che priverebbe i fedeli della Fraternità “della ricezione lecita e, in taluni casi persino valida, dei Sacramenti”. Quindi, ha sottolineato Papa Prevost, di “estrema gravità”. Di per sè la scomunica prevede non solo l’inibizione dalla partecipazione all’Eucaristia, ma dalla vita sacramentale e spirituale dell’intera Chiesa.

Ma chi è scomunicato non è considerato “espulso” dalla vita ecclesiale in senso assoluto, e questo in forza del battesimo ricevuto, ma incorre in una privazione temporanea dei benefici spirituali che derivano dalla piena partecipazione alla vita ecclesiale. In sostanza lo scomunicato non può accostarsi ai sacramenti, né ricevere un funerale cattolico, né svolgere ruoli attivi nella liturgia o nell’insegnamento della fede. Una sorta di emarginazione del fedele che decide di privarsi della comunione piena con la comunità che è, però, da intendersi come una sorta di terapia in vista del ritorno alla piena comunione. In sostanza, la scomunica è anche un invito alla conversione.

La formula, invece, di “latae sententiae”, “sentenza già emessa”, sta semplicemente per il Diritto Canonico, nell’indicare una pena in cui si incorre automaticamente, per il solo fatto di aver commesso un determinato delitto previsto dalla legge, senza che sia necessario un processo o una dichiarazione formale di una autorità giudicante.