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venerdì, 13 Febbraio, 2026
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M5S, Conte verso le nomine. Maretta al Senato sul nuovo capogruppo

Roma, 13 feb. (askanews) – Non è sempre calma piatta nel Movimento 5 stelle. Ogni tanto i mareografi registrano qualche onda più alta delle altre. Accade in queste settimane, anche se l’era di Giuseppe Conte, consolidata dal “percorso costituente” conclusosi nel 2024 e dalla sua rielezione plebiscitaria dell’ottobre scorso (riconfermato presidente con l’89,3% di sì, nessun candidato alternativo aveva i requisiti statutari) non assomiglia per niente alla burrascosa stagione delle origini. Sono lontani i tempi delle espulsioni a mezzo blog di Beppe Grillo ma anche quelli delle scissioni generate dalle vicende del governo Draghi. L’ultima mareggiata interna, secondo alcune voci abbastanza forte, è stata avvertita nel procedimento per la scelta del futuro capogruppo parlamentare del Senato.

Con il secondo mandato del leader va rinnovato a norma di statuto il vertice, e secondo le voci interne l’ex presidente del Consiglio si appresterebbe a varare le nomine dei cinque vicepresidenti, che andranno poi ratificate dal voto on line degli iscritti. “Ma se mi avessero chiesto due mesi fa se le nomine stavano per arrivare avrei risposto sì, e lo stesso avrei detto un mese fa”, ironizza un veterano che conosce molto bene i meccanismi del Movimento. Nulla è mai del tutto prevedibile nelle vicende del M5S ma al momento nei corridoi delle due Camere più di un parlamentare stellato, rigorosamente anonimo, dà per “blindata” la riconferma della vicaria Paola Taverna, che ha gestito alcuni degli accordi più delicati per le alleanze locali e regionali ma ha anche la supervisione sui gruppi territoriali; sicura quella di Michele Gubitosa, sherpa discreto dei rapporti con le altre forze politiche ma anche di Mario Turco, coordinatore del comitato Economia dei 5 stelle, già sottosegretario a palazzo Chigi nel Conte 2.

Se non si passasse da cinque a sette vicepresidenti (è una delle ipotesi a cui sta lavorando Conte) sarebbero comunque almeno due i posti da assegnare ex novo: quello di Riccardo Ricciardi, da oltre un anno capogruppo alla Camera, e quello dell’ex sindaca di Torino, Chiara Appendino, dimessasi a ottobre in polemica con quella che ha definito l’eccessiva attenzione del Movimento contiano alle “alleanze di palazzo”. Le fonti più disparate nel M5S danno per scontata l’ascesa di Stefano Patuanelli alla vicepresidenza, ma c’è anche un tema di equilibri di genere: fra le donne in corsa ci sono l’ex vicepresidente del gruppo a Montecitorio Vittoria Baldino (che però “vorrebbe una delega vera”, raccontano a Montecitorio) e la presidente della Vigilanza Rai Barbara Floridia, che un po di tempo libero ce l’ha, visto che da oltre un anno il centrodestra boicotta la sua commissione dopo il rifiuto delle opposizioni di votare Simona Agnes come presidente della radiotv pubblica. Candidato alla “promozione” anche Ettore Licheri, ex presidente dei senatori, che potrebbe rientrare in un eventuale organico a sette.

Il pomo della discordia è rappresentato dalla successione a palazzo Madama, dove per il dopo Patuanelli si fronteggiano due sottogruppi di senatori, legati ai due candidati: la vicepresidente in carica del gruppo, Alessandra Maiorino e il genovese Luca Pirondini. Qui le versioni divergono: c’è chi parla di “animi accesi” e di tensioni, mentre un parlamentare autorevole e di lungo corso giura: “Clima sereno in cui si sta costruendo una bella squadra”. Per costruire una squadra sola da due liste di candidati al direttivo del gruppo la soluzione che sembra delinearsi è quella di un possibile passo indietro “per spirito unitario” di Maiorino, nonostante il suo doppio “giro” da vicepresidente ne legittimasse le ambizioni da capogruppo. Pirondini probabile capogruppo, ma una parte della squadra di Maiorino assorbita nel nuovo direttivo: ci sono da assegnare le cariche di vicecapogruppo e dei due segretari. Uno dei fattori di tensione potrebbe essere la tesoriera Elisa Pirro, in odore di riconferma e gradita al vertice del Movimento, ma la condizione per la ricomposizione unitaria è una intesa che raccolga l’unanimità o quasi dei 26 votanti, quindi, dicono a palazzo Madama, il pacchetto va concordato in toto.

E se non c’è accordo? “Conte – spiega una fonte parlamentare qualificata – tende ad essere neutrale, qui sono più o meno tutti contiani autoproclamati: lui ascolta pochi veri fedelissimi, come il notaio-deputato Alfonso Colucci, in parte la squadra della comunicazione, ma alla fine ‘abbraccia’ sempre il vincitore nelle contese interne. Quindi se il nodo non si scioglie potrebbe ancora prendere tempo”.