La memoria come frustata, non come reliquia
Nel ricordo di Franco Marini, le parole di prammatica non bastano più. Se è vera, non è una reliquia da cerimonia: è una frustata. Misura la distanza tra ciò che eravamo capaci di pensare e ciò che oggi ci accontentiamo di recitare.
Il centro come corridoio di specchi: “The Truman Show” permanente
Ormai l’area moderata – che dovrebbe essere dimora politica e ossatura democratica – è diventata troppo spesso un corridoio di specchi. Un perenne “The Truman Show”: luci accese e un copione imperniato su ego, sigle e rendite di posizione. Intanto, fuori dal set, cresce la disaffezione: non per ignoranza, ma perché si scorge una fiera di candidature, non una comunità di destino.
Liderini, personalismi e ambizioni da condominio
Molti presunti leader di centro confondono bene comune e tornaconto: spacciano “disegni personali” per progetto e spingono ai margini un cattolicesimo politico ridotto, amputato di responsabilità e mediazione.
Marini inchioda il nodo democratico: contro qualunquismo e plebiscitarismo
Franco Marini lo aveva capito con una lucidità che oggi manca come l’aria. In un passaggio che andrebbe inchiodato sulle porte di ogni segreteria, scriveva: “Una democrazia non può vivere a lungo se si appiattisce nei luoghi comuni di un nuovo qualunquismo, che serve solo a coloro che coltivano disegni plebiscitari.”
È così che si apre la porta: l’anti-politica prepara il terreno, il plebiscitarismo lo occupa.
Circuiti elitari travestiti da “nuove aggregazioni”
Questo è ciò che vediamo oggi: circuiti elitari mascherati da “nuove aggregazioni” e cordate che si legittimano in una cerchia autoreferenziale. Uno spazio così non è un centro: è un bazar politico, dove ognuno apre il suo negozietto e mette il cartello “saldi di responsabilità.
Non contarsi: costruire
L’ex presidente del Senato detestava questa miseria: “Un atteggiamento avvilente… di voglia di contarsi su aspetti marginali”. Indicava anche l’unica strada: “una risposta… la più ampia e condivisa, che non si rifugia in forme di paura o di estraneità”.
Detto senza giri di parole: basta micro-identità come clave, conta interna e politica ridotta a risentimento di corrente.
Oltre il mercato: democrazia sociale e cittadinanza
La linea di faglia non è solo tra idee: è tra democrazia adulta e tentazione del comando verticale. Il discrimine decisivo resta quello tra l’oltranzismo mercatista e il lavoro come base dei diritti. È qui il punto più scomodo: non un compromesso al ribasso, ma il rifiuto dell’idolatria del mercato e la scelta del lavoro come cittadinanza viva, pietra d’inciampo del governo.
Il punto che i liderini non reggono
I liderini non reggono questo: la concretezza impone scelte, ricostruisce mediazione, partiti veri, corpi intermedi. E costringe a misurarsi con periferie e disuguaglianze, senza astrazioni rassicuranti. Lo statista ha camminato lì: nella polvere della vita, dove i diritti diventano pane, dignità, futuro.
Una casa politica per chi non vota più
Il Paese non ha bisogno di comitati elettorali travestiti da partiti, ma di un campo di mediazione largo e popolare, capace di tenere insieme sviluppo e giustizia sociale. Un interprete del cattolicesimo sociale lo riassumeva così:“trovare un terreno comune… che non faccia leva sulle emotività o sui disegni personali…”.
Una grande forza moderata, adesso
Basta atomizzazione del centro: si ricostruisce per necessità democratica, non per rito. La domanda latente di rappresentanza e appartenenza chiede un progetto popolare, europeo e sociale, non tatticismi comunicativi. Serve un cantiere comune al centro, per dare vita a una grande forza moderata che ricostruisca partecipazione e diritti.
