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venerdì, 13 Febbraio, 2026
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Mastella: “Voto No. Questa riforma non serve ai cittadini”. Intervista

Sindaco di Benevento ed ex ministro della Giustizia, Clemente Mastella si schiera per il No al referendum sulla separazione delle carriere. “Non risolve i veri problemi e può alterare gli equilibri tra i poteri dello Stato”.

Ministro Mastella, lei ha annunciato che voterà No al referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati. Una posizione che ha sorpreso molti, vista la sua vicenda giudiziaria.

Capisco la sorpresa. Ma proprio la mia esperienza personale mi porta a questa scelta. Se fosse dipeso solo dall’azione di alcuni pubblici ministeri, probabilmente la mia vicenda avrebbe avuto un esito ben diverso. Invece il sistema, così com’è, ha funzionato. C’è già una distinzione tra chi accusa e chi giudica. Nel mio caso, la funzione giudicante ha ristabilito equilibrio. Questo dimostra che la separazione delle funzioni esiste già nella pratica.

Quindi non vede la necessità di formalizzare la separazione delle carriere?

No, perché il problema della giustizia italiana non è questo. Il vero nodo è la durata dei processi. Io ho impiegato undici anni per uscire completamente dalla mia vicenda giudiziaria. È questo che interessa ai cittadini: entrare in un processo e non restare intrappolati in un labirinto infinito. La riforma non mette mano a questo aspetto fondamentale.

Chi sostiene il Sì dice che la separazione delle carriere era già presente in vecchi programmi del centrosinistra, dalla Margherita all’Ulivo. È così?

Per quanto mi riguarda, no. Ho fatto parte del governo Prodi e posso dire che non è mai stata una priorità né un punto della nostra azione di governo. Storicamente è una battaglia del centrodestra.

Secondo lei questa riforma ha un intento politico?

Io vedo una continuità. Antonio Tajani ha parlato del “sogno di Berlusconi”. E in effetti la separazione delle carriere è stata per anni una bandiera del centrodestra, soprattutto di Silvio Berlusconi. Non è un mistero. È una scelta politica legittima, ma è giusto dirlo con chiarezza.

Il problema è che quando una riforma della giustizia nasce dentro uno scontro storico tra politica e magistratura, il rischio è che venga percepita come una rivincita, non come una riforma nell’interesse generale.

Il centrodestra respinge questa accusa e sostiene che l’autonomia della magistratura non verrebbe toccata.

Formalmente forse no, ma nei fatti il rischio c’è. Con due Csm distinti, ciascuno difenderebbe la propria categoria. Inoltre i membri laici, scelti dal Parlamento, avrebbero un peso decisivo. È inevitabile che, aumentando il peso dei laici, cresca l’influenza del potere politico. E io non voglio una magistratura sotto il governo, né direttamente né indirettamente.

Lei ha evocato anche il modello americano.

Sì, perché quando la giustizia è più direttamente collegata al potere politico, il confine si fa sottile. Io non voglio una giustizia sotto il governo. Non voglio che il pubblico ministero o gli organi di autogoverno possano essere percepiti come condizionati dall’esecutivo di turno. La nostra Costituzione, dopo un ampio dibattito in Assemblea Costituente, scelse un equilibrio che garantisse autonomia e indipendenza. Non fu una decisione casuale.

C’è chi sostiene che la separazione delle carriere indebolirebbe il pubblico ministero. Lei sembra pensare il contrario.

Paradossalmente sì. Potrebbe rafforzarlo in senso corporativo. Fioeto, ognuno avrebbe il proprio Csm e difenderebbe la propria categoria. Non vedo un beneficio reale per il cittadino. Vedo piuttosto il rischio di accentuare divisioni interne e conflitti istituzionali.

In conclusione, perché votare No?

Perché non risolve i problemi veri della giustizia italiana. Perché non riduce la durata dei processi. Perché può alterare gli equilibri tra poteri dello Stato. E perché la priorità non deve essere lo scontro tra politica e magistratura, ma il diritto dei cittadini ad avere una giustizia rapida, equa e indipendente.