Quando “mediare” diventa un’accusa
Nel discorso pubblico la “mediazione” viene spesso letta come patteggiamento: chi media è rappresentato come chi annacqua i principi e sostituisce le idee con la convenienza. È l’effetto di un campo politico polarizzato anche sul piano affettivo, dove l’identità si produce per contrapposizione e la coerenza viene scambiata per irrigidimento. In questa cornice, l’accordo diventa sospetto perché incrina la narrazione “noi/loro” e costringe a riconoscere una quota di legittimità nelle ragioni dell’altro, rompendo la logica plebiscitaria del consenso.
La mediazione come competenza della complessità e del rischio
Se la politica governa sistemi interdipendenti, la mediazione non è un complemento: è un meccanismo istituzionale che rende il conflitto suscettibile di decisione. Mauro Ceruti ricorda che la complessità non si “riduce” senza produrre cecità: occorre tenere insieme livelli, attori, temporalità ed effetti non intenzionali. Mediare significa allora tradurre linguaggi, connettere interessi e valori, fissare soglie di accordo e rendere praticabile la deliberazione in condizioni di pluralismo.
In una modernità segnata dall’incertezza, la mediazione è anche una razionalità del rischio: Ulrich Beck, in La società del rischio, mostra come le decisioni generino conseguenze collaterali e controversie sulla responsabilità. Da ciò discendono, ascolto competente, corpi intermedi e valutazioni comparative: ridurre danni più che massimizzare consenso. Su temi come fine vita, migrazioni e sicurezza sociale, l’alternativa è tra polarizzazione morale e confronto regolato: costruire cornici comuni di tutela e responsabilità perché il dissenso resti argomentabile e democraticamente governabile.
Una lezione del cattolicesimo democratico
C’è una tradizione che ha educato a non idolatrare il “tutto o nulla”: il cattolicesimo democratico e, storicamente, la Democrazia Cristiana. Non per nostalgia, ma per metodo: la mediazione è ricerca del bene comune possibile, capace di ospitare le differenze e di dare forma istituzionale ai valori. È anche una cultura dei corpi intermedi: luoghi di composizione, di ascolto, di apprendimento del limite. La responsabilità, qui, non coincide con la purezza del gesto, ma con la tenuta del legame sociale.
Costruire una sintesi, dunque, non è rinunciare alle idee: è sottoporle alla prova del mondo senza trasformarle in idoli o in impalcature ideologiche che sostituiscono la realtà. È un lavoro lento, spesso impopolare, ma decisivo: una società complessa vive di pluralismo e una democrazia regge solo se sa ancora parlarsi — e se sa farlo dentro procedure, sedi e tempi che rendano il conflitto governabile, non distruttivo.
