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domenica, 11 Gennaio, 2026
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Meloni brucia Draghi: tentato sgambetto a Starmer e Macron?

La proposta della Premier di indicare l’ex presidente del Consiglio come emissario Ue verso Mosca è apparsa strumentale. Più che rafforzare il ruolo italiano, ne rivela l’aspetto di permanente estraneità dal nucleo forte dell’Europa.

Un nome forte, una mossa debole

La proposta avanzata da Giorgia Meloni di indicare Draghi come possibile rappresentante dell’Unione europea per riaprire un canale di confronto con la Russia colpisce più per il metodo che per il merito. Il nome evocato è indiscutibilmente autorevole. Ma il modo in cui è stato tirato in ballo non è stato felice.

Senza un percorso politico condiviso, ovvero senza un confronto preventivo con i principali partner dell’Unione, la proposta ha assunto i contorni di un’iniziativa tattica.

Europa silenziosa

La reazione di Ursula von der Leyen, che ha ricordato come la questione non sia all’ordine del giorno, non è stata una semplice formula di prudenza istituzionale. È apparsa piuttosto come indice di una certa irritazione per l’imprivvisata uscita della Premier italiana.

Ancora più “eloquente” è il silenzio degli altri leader dell’Unione. Su un dossier cruciale come il rapporto con Mosca, nel pieno della guerra in Ucraina, l’assenza di prese di posizione segnala mancanza di consenso, non cautela. E senza consenso, nessuna iniziativa europea può realmente prendere forma.

Il distacco italiano dalle scelte che contano

Il quadro si chiarisce osservando la linea seguita finora dal governo italiano. Roma ha mantenuto una posizione defilata rispetto all’iniziativa dei cosiddetti “volenterosi”, limitandosi allo stretto indispensabile e ribadendo il rifiuto pregiudiziale dell’invio di truppe a tutela della sicurezza dell’Ucraina.

Al contrario, Emmanuel Macron e Keir Starmer hanno scelto di assumersi direttamente questo onere politico e strategico, collocandosi alla guida di un processo che — al di là dei giudizi — ha dato sostanza a una linea europea. In questo contesto, la proposta di Draghi appare come un coup de théâtre che non rafforza la credibilitá dell’Italia.

Prudenza apparente, scetticismo reale

Il nodo è politico e riguarda il rapporto dell’attuale compagine di governo con Bruxelles. Dietro la retorica dell’Europa dei popoli, il mantra della destra nazional-sovranista, si intravede uno scetticismo strutturale verso tutto ciò che appartiene all’integrazione politica del Vecchio continente.

Se il governo italiano si sentisse figlio dell’europeismo di Alcide De Gasperi, Luigi Einaudi e Carlo Sforza, avrebbe partecipato pienamente — nei fatti, non solo nelle dichiarazioni, per altro stentate — al processo che oggi impegna alcune nazioni-guida sul terreno della sicurezza europea.

Così non è stato. E il risultato è che Mario Draghi, una delle personalità ancora pienamente spendibili sul piano europeo, è stato  bruciato sull’altare di una disinvoltura tattica che rivela più il distacco dell’Italia dall’asse franco-britannico – uno sgambetto a Starmer e Macron? – che una reale ambizione tesa a rafforzare una credibile leadership europea.