HomeAskanewsMidterm, domani il voto sul bivio che prenderà la politica Usa

Midterm, domani il voto sul bivio che prenderà la politica Usa

Roma, 2 nov. (askanews) – Raramente le elezioni di Midterm sono state così dense di significato politico come quelle che si terranno domani. In ballo, infatti, non c’è tanto la questione della sconfitta o meno di un Partito Repubblicano statunitense divenuto a immagine e somiglianza del presidente Donald Trump, quanto gli effetti storici che la portata della sconfitta del ‘Gop’ è destinata a produrre.

Andiamo per filo. Domani gli americani saranno chiamati alle urne per eleggere tutti i 435 seggi della Camera – i cui membri restano in carica due anni – e 35 dei 100 seggi del Senato. Qui il mandato dura sei anni ma il rinnovo è ‘sfalsato’ nel tempo e parte dei seggi viene rinnovata ogni due anni: domani se ne rinnoverà un terzo, mentre altri due seggi saranno ‘messi in palio’ dalle elezioni suppletive in Florida e Ohio che assegneranno quelli lasciati vacanti da Marco Rubio e J.D. Vance. Oltre al Congresso, in 36 Stati e tre Territori si voterà anche per eleggere il governatore.

Va detto subito che è pressoché ‘fisiologico’ che il partito che esprime il presidente degli Stati Uniti perda seggi alla Camera dei Rappresentanti nelle elezioni di metà mandato: dal 1946 è successo in 18 occasioni su 20, una ricorrenza pari al 90% dei casi, il che evidenzia quanto sia difficile per il partito alla Casa Bianca evitare che a metà del mandato il presidente diventi un”anatra zoppa’, cioè non riuscire a far passare le proprie leggi, con limiti evidenti nella realizzazione della propria agenda (anche se il presidente conserva la facoltà di disporre ordini esecutivi e di porre il veto).

Il punto vero di queste Midterm, infatti, è vedere ‘quanto’ il Gop perderà.

Secondo il pronosticatore elettorale apartitico Cook Political Report, che storicamente si è rivelato corretto nelle sue stime, i Democratici, dati in vantaggio in tutte le rilevazioni, potrebbero aggiudicarsi addirittura 240 seggi su 435, il che rappresenterebbe la maggioranza più forte dal 2009. Attualmente 218 sono in mano al Gop (che può contare in aggiunta su un indipendente) e 214 ai democratici. Cook li favorisce in 222. Altre 18 corse sono viste più incerte ma sempre con discrete chance per il Partito Democratico. In Senato, che conta di 100 seggi, il quadro è meno netto. Qui i Democratici devono vincere almeno quattro seggi per ottenerne il controllo, ma se riuscissero ad assumere il controllo di entrambi i rami del Congresso, risultato che soltanto pochi mesi fa sarebbe apparso impensabile, potrebbero bocciare le nomine di Trump, dettare l’agenda legislativa e limitare fortemente l’operato del presidente negli ultimi due anni al potere, costringendo il Gop a un profondo ripensamento della propria linea politica, che si ripercuoterebbe negli anni a venire.

Non c’è dubbio che il voto di domani aprirà di fatto anche la corsa alla successione presidenziale del 2028, destinata a mettere alla prova l’autorità di Trump sul Partito repubblicano. Trump non potrà candidarsi per un terzo mandato e la corsa per l’eredità politica del movimento Maga è pronta a scattare. Come ha scritto Riccardo Alcaro, ricercatore dell’Istituto Affari Internazionali, ‘per il Partito Repubblicano la questione centrale sarà capire se una sconfitta verrà interpretata come un incidente elettorale oppure come un segnale della necessità di emanciparsi da Trump’. In caso di sconfitta contenuta, cioè con la ‘perdita’ della sola Camera, ‘il presidente avrebbe buon gioco a delegittimare la vittoria democratica, rilanciando contestazioni sui risultati e accuse di irregolarità’, peraltro già da lui più o meno direttamente evocate. ‘Il rischio – secondo il ricercatoere dello Iai – è che i Repubblicani, anziché aprire una riflessione sulle ragioni della sconfitta, si compattino ulteriormente attorno a Trump. Per chi aspira alla presidenza nel 2028, come Vance e il segretario di Stato Marco Rubio, prendere le distanze dal presidente diventerebbe così ancora più difficile’. Ma con una debacle, cioè se i Democratici conquistassero cinque o più seggi al Senato assumendo pienamente il controllo dell’intero Congresso, ‘sarebbe difficile liquidare la sconfitta come un semplice incidente e ciò potrebbe innescare una riflessione più profonda sulla sostenibilità elettorale del trumpismo’ che ‘potrebbe incoraggiare esponenti repubblicani, governatori e aspiranti candidati alla Casa Bianca a costruire un’identità politica più autonoma’.

Al momento il destino di Trump e quello del Partito Repubblicano sembrano indissolubili. E’ stato lo stesso Trump a invitare gli elettori a comportarsi come se nella consultazione del 3 novembre in lizza ci fosse lui (‘Non sono sulla scheda elettorale, ma è come se ci fossi’, ha detto durante un recente comizio), pretendendo che gli spot elettorali fossero incentrati sulla sua figura. Una strategia che evidentemente comporta più svantaggi che opportunità e che in questo momento rischia di far affondare i Repubblicani. ‘Non abbiamo scelta. Siamo bloccati sulla stessa barca con lui, che ci piaccia o meno’, ha recentemente dichiarato un alto responsabile della campagna repubblicana, ‘Quando la marea sale, tutte le barche vengono sollevate. Ma gli unici che sembrano convinti che la marea stia salendo sono quelli della Casa Bianca’.

A pesare come un macigno sulle speranze dei Repubblicani è la cosiddetta ‘affordability’, cioè la sostenibilità economica della vita quotidiana. Per il partito di un presidente che aveva centrato la sua rielezione proprio insistendo sul tema della sostenibilità economica e che aveva scaricato sul predecessore Joe Biden la responsabilità di un’inflazione alta, le prospettive sono fosche. Stando a quasi la metà degli elettori registrati sentiti da Reuters e Ipsos, il costo della vita è il fattore più importante sulla base del quale esprimeranno il loro voto. Quelli di generi alimentari, benzina e casa sono tra le questioni più rilevanti anche per il campione sentito da Cnbc. A causa della contro l’Iran, entrata nel nono mese e che ha destabilizzato il sistema energetico mondiale, il prezzo medio della benzina negli Usa durante il secondo mandato Trump è più alto di quello dell’era Biden. L’impennata dei prezzi dei carburanti si è riflesso anche sui beni alimentari e sui servizi. E mentre i prezzi sono saliti, le tasche degli americani si sono svuotate. Solo a settembre i prezzi sono saliti in un anno del 3,7% ma i salari orari, cresciuti solo del 3%, non sono rimasti allo stesso passo. A ciò si aggiunge l’insensibilità mostrata dal presidente sul tema. Il 24 ottobre, dalla Georgia, con toni scurrili ha letteralmente detto: ‘Non me ne importa nulla’ se i media dicono che la gente soffre quando va al benzinaio, perché ‘stiamo facendo una fortuna pazzesca’ con i prezzi del petrolio alti. ‘Il business del petrolio e del gas degli Stati Uniti sta facendo centinaia di miliardi di dollari’, si è vantato Trump.

L’ultimo sondaggio del New York Times e del Siena Research Institute rileva che il tasso di approvazione di Trump ha toccato un nuovo minimo storico, a causa della sua gestione dell’economia, della guerra in Iran e degli alti prezzi della benzina. Solo il 36% dei probabili elettori ha dichiarato di sostenere l’operato del presidente, mentre il 59% ha espresso disapprovazione. L’indice di gradimento più basso mai registrato in un sondaggio del Times/Siena nei confronti del capo della Casa Bianca.

Con un quadro del genere, dunque, all’indomani delle midterm dentro al Gop potrebbero iniziare le prime defezioni. Di qui a due anni, a seconda dell’entità della sconfitta, i Repubblicani dovranno decidere se proseguire sulla strada del populismo nazionalista e ‘oligarchico’ di Trump o cercare un ritorno nell’alveo di una politica più tradizionale.

Il risultato delle Midterm inciderà tuttavia anche sulle sorti del Partito Democratico, sempre con l’obiettivo delle presidenziali 2028. A seconda dei candidati Dem che prevarranno nelle competizioni più serrate, quelle per il Senato, si capirà quale componente del partito – tra progressisti, liberal, centristi e moderati -, riuscirà a imporre la propria voce.