Roma, 30 ott. (askanews) – Per molti anni il Partito Repubblicano e il Partito Democratico hanno costituito due correnti dello stesso blocco: nati a metà Ottocento dalla stessa tradizione politica, da allora si sono divisi equamente la scena eliminando ogni altra possibile terza forza. Di fatto, la principale linea di divisione fra i due partiti risale alla Guerra Civile e alla Ricostruzione e riguarda la schiavitù e le leggi di segregazione: i Repubblicani di Abraham Lincoln abolirono la prima, i Democratici istituirono le seconde per mantenere le tradizionali strutture di potere locali. Ci volle un secolo perché si invertissero le parti: i Democratici di Kennedy e Johnson si schierarono a favore dei diritti civili – consegnando da allora buona parte degli stati del Sud ai Repubblicani, grazie alla disaffezione dell’elettorato (bianco) più conservatore.
I Repubblicani
Difficilmente Lincoln potrebbe dirsi fiero del Gop di oggi: un partito che dall’epoca di George W. Bush è scivolato progressivamente verso destra, passando dal liberalismo delle origini a un neoliberismo che sfrutta il tradizionale antistatalismo americano a tutto vantaggio dei settori più ricchi della società. Su questo sfondo si è innestato il populismo degli ultimi decenni, che ha aperto la strada al fenomeno Donald Trump – miliardario dall’immagine di successo, incarnazione agli occhi dei suoi ammiratori del “sogno americano” tanto da attirare i voti non solo della classe media, ma anche degli operai schiacciati dalla deindustrializzazione e che si sono sentiti abbandonati dai Democratici.
Particolare attenzione all’industria dell’armamento; sfruttamento continuato dei combustibili fossili; tagli fiscali ai più ricchi; interventismo statale ridotto ai minimi termini – eccetto per il settore bellico – in particolare per quanto riguarda il welfare, che negli Stati Uniti ha sempre avuto cattiva immagine e quindi vita difficile; il richiamo ai valori religiosi (cristiani) più conservatori e patriottici e una marcata ostilità verso l’ampliamento dei diritti civili; una decisa preferenza per il suprematismo wasp e un freno all’immigrazione; una politica estera isolazionista da un lato (non per la prima volta, specie nei confronti dell’Europa) ma aggressiva dall’altro (sullo scacchiere del Pacifico); il ritorno, anch’esso ciclico nella storia americana, al protezionismo.
Questo l’identikit dell’attuale Grand Old Party: se somiglia a quello di Trump, non è affatto un caso dato che il controllo del tycoon sul suo partito rappresenta un’eccezione nell’ambito di un sistema politico in cui, una volta portato alla Casa Bianca il proprio candidato, la fedeltà di partito cessa di essere un elemento importante fra deputati e senatori la cui unica preoccupazione è di farsi rieleggere nel proprio stato bocciando qualsiasi legge che renda loro il compito difficile. Trump è riuscito nell’impresa di asservire il partito al suo volere, almeno finché i sondaggi e le elezioni gli daranno ragione: se il voto di midterm dovesse andar male, dentro al Gop potrebbero iniziare le prime defezioni – tanto più che un terzo mandato alla Casa Bianca non è un’opzione e né JD Vance né Marco Rubio, ipotetici delfini del tycoon, ne possiedono il carisma. Di qui a due anni, il bivio per i Repubblicani sembra essere se proseguire sulla strada del populismo nazionalista o cercare un ritorno nell’alveo di una politica più tradizionale – e vicina ai rivali Dem.
I Democratici
Nel generale scivolamento a destra della politica statunitense – e non solo – gran parte del partito Democratico si è trovato cucito addosso l’aggettivo “progressista” in virtù del non essersi spostato da un centrismo conservatore ma – fin dai tempi del New Deal di Franklin Roosevelt – meno individualista e neoliberista: quando necessario, la presenza dello Stato (federale, il che storicamente complica non poco le cose dal punto di vista delle riforme di politica interna) si deve far sentire – come nel caso dell’Affordable Care Act di Barack Obama. In un contesto sociale di progressivo impoverimento dei più – percepito soprattutto della middle class – e di diversificazione razziale e religiosa, tuttavia, questo moderantismo rischia di risultare insufficiente di fronte al populismo nazionalistico sposato dal Gop: dopo i due mandati di Obama, il quadriennio di Joe Biden ha rappresentato in questo senso una grande delusione. Per questo motivo le speranze future del partito sono sempre più affidate a un’ala tradizionalmente minoritaria: quei liberal tacciati dalla destra di “socialismo” (sebbene sia alquanto improbabile che Karl Marx sia mai rientrato nel novero dei loro ispiratori, né la socialdemocrazia europea) e che oggi rappresentano la vera alternativa al trumpismo: personalità emergenti come Abdul el Sayed, Alexandra Ocasio-Cortez, Zoran Mahmdani.
Un’alternativa che tuttavia nasce con due forti limitazioni: la prima è che in termini di elettorato nazionale la nuova corrente rimane divisiva. I candidati mainstream (come era Joe Biden rispetto a Bernie Sanders) rappresentano per i maggiorenti del partito una scommessa ritenuta più sicura, e persino Kamala Harris, tutt’altro che una rivoluzionaria, ha pagato in termini elettorali il suo essere donna, come già Hillary Clinton prima di lei. La seconda è che la loro visione del partito – un po’ più “europeo”, inclusivo e assistenziale – risulta attrattiva in stati socialmente effervescenti come la California o New York, ma assai meno fra gli elettori più tradizionalisti tra le due coste, che sono quelli che al momento decidono ancora le sorti della Casa Bianca. Due anime quindi che possono convivere a livello statale, ma che su scala nazionale sono difficilmente conciliabili: trovare una politica equilibrata fra tradizione e progresso – e fra due anni, un candidato di sintesi – è la difficile missione dei Democratici e il voto di midterm ne rappresenta il primo passo.
(di Maurizio Ginocchi)

