HomeAskanewsNetanyahu all’Assemblea Onu: non abbiamo altra scelta che vittoria

Netanyahu all’Assemblea Onu: non abbiamo altra scelta che vittoria

Roma, 24 set. (askanews) – Una battaglia per la sopravvivenza di Israele, che non avrebbe “altra scelta” se non continuare a combattere, contro l’Iran, Hamas e quelli che considera i loro sostenitori, ma anche contro una campagna internazionale che accusa di rovesciare la realtà presentando lo Stato ebraico come aggressore. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha usato il suo intervento all’Assemblea generale dell’Onu per difendere le operazioni militari israeliane, respingere con forza le accuse di genocidio a Gaza, ringraziare il presidente americano Donald Trump e lanciare furiosi attacchi contro Qatar, Turchia, diversi governi dell’Europa occidentale e il sindaco di New York Zohran Mamdani.

L’arrivo di Netanyahu al podio è stato accompagnato da una protesta vistosa nell’aula dell’Assemblea generale. Decine di diplomatici di numerose delegazioni si sono alzati e hanno lasciato la sala, rimasta semivuota, mentre si levavano cori pro-Palestina. Il presidente di turno ha dovuto richiamare l’aula all’ordine prima dell’inizio dell’intervento. Netanyahu ha reagito definendo “codardi morali” coloro che avevano abbandonato la sala e invitando eventuali altri contestatori ad andarsene immediatamente.

Netanyahu ha presentato la guerra combattuta da Israele negli ultimi anni come l’ultimo capitolo di una lunga lotta per l’esistenza stessa dello Stato ebraico. Israele, ha affermato, continuerà “a difendere il nostro Stato” e “a vincere, perché non abbiamo altra scelta”. Un concetto che ha legato anche alla vicenda di Neria Leiter, riservista israeliano gravemente ferito e figlio dell’ambasciatore israeliano negli Stati uniti Yechiel Leiter, ricordandone un messaggio: “Non abbiamo un altro Paese. È un privilegio difenderlo”.

Il premier ha ricondotto questa percezione di una minaccia esistenziale anche alla guerra del 1967, ricordando che prima del conflitto Israele non controllava Cisgiordania, Gaza o le Alture del Golan e sostenendo quindi che il nodo dello scontro non siano i territori occupati successivamente, ma “l’esistenza di uno Stato ebraico a qualsiasi confine”. Ha inoltre respinto l’accusa di colonialismo, sottolineando le ridotte dimensioni territoriali di Israele e attaccando in particolare le critiche provenienti da Francia e Regno unito. Netanyahu ha poi rivendicato la continuità storica del popolo ebraico nella terra d’Israele, richiamando David, Salomone, Isaia e Geremia e citando anche Mark Twain sulla capacità degli ebrei di sopravvivere alla scomparsa degli imperi dell’antichità.

Un’ampia parte del discorso è stata dedicata all’Iran. Netanyahu ha ricordato di avere tracciato 14 anni fa, proprio dal podio dell’Onu, una “linea rossa” contro la possibilità che Teheran arrivasse a dotarsi dell’arma atomica. Colpire gli impianti nucleari iraniani, ha detto, è stato “molto difficile” dal punto di vista operativo ma “una delle decisioni più facili” prese da primo ministro, perché, ha sostenuto, senza quell’intervento “saremmo tutti morti”. Secondo Netanyahu, Israele avrebbe in questo modo difeso anche Paesi che oggi lo criticano e i cui leader, ha affermato, avrebbero ringraziato in privato il governo israeliano.

In questa battaglia, Netanyahu ha indicato in Trump il maggiore alleato di Israele. “In questa battaglia contro i barbari non abbiamo avuto un partner più grande del presidente Trump”, ha affermato, ringraziandolo per la sua “leadership coraggiosa”. Israele e Stati uniti, ha sostenuto, hanno agito insieme non soltanto per proteggere se stessi ma “per salvare la civiltà”. Il premier ha reso omaggio anche ai piloti americani impegnati contro l’Iran.

Netanyahu ha quindi rivolto un messaggio direttamente alla popolazione iraniana, sostenendo che la vera paura dei “tiranni di Teheran” sia il loro stesso popolo. Ha contrapposto le proteste in Iran a quelle contro Israele nelle capitali occidentali e accusato una parte del movimento internazionale per i diritti umani di ignorare la repressione iraniana. “Il potere del popolo supererà il popolo al potere”, ha affermato, prevedendo la caduta del sistema iraniano a causa delle sue “menzogne”, della “corruzione” e della “crudeltà”.

Durissimo anche l’attacco ai governi europei. Netanyahu ha accusato in particolare leader dell’Europa occidentale di avere scelto di “cedere alle folle antisemite”, preferendo, a suo giudizio, “la debolezza” e “l’appeasement”. Il premier ha posto quindi la questione nei termini di una scelta tra “la fratellanza delle democrazie” e “i Fratelli musulmani”, sostenendo che Israele non intende aspettare che altri Paesi “si risveglino dal loro torpore morale”.

Sul fronte della guerra a Gaza, Netanyahu ha respinto categoricamente le accuse di genocidio. Citando il colonnello americano John Spencer e i suoi studi sui conflitti urbani, il premier ha sostenuto che Israele avrebbe adottato misure per limitare le vittime civili superiori a quelle di qualsiasi altro esercito impegnato in guerre urbane. “Questo è genocidio? Naturalmente no. È l’opposto del genocidio”, ha affermato, accusando quanti sostengono il contrario di “distorcere i fatti” e di invertire i ruoli tra vittima e aggressore.

Da qui l’attacco diretto a Mamdani. Il premier ha sostenuto che, dopo la sua elezione, molti ebrei non si sentano più sicuri a New York e lo ha accusato di avere elogiato persone condannate per sostegno a Hamas e di avere tra i propri amici figure come Hasan Piker. “Vergogna”, ha ripetuto Netanyahu rivolgendosi tanto al sindaco quanto a chi, a suo giudizio, diffonde accuse false contro Israele.

Netanyahu ha chiamato in causa anche il Qatar, accusandolo di spendere miliardi di dollari per diffondere “menzogne” contro Israele attraverso il finanziamento delle università americane e il sostegno a media come Al Jazeera. Secondo il premier, l’obiettivo sarebbe “fare il lavaggio del cervello ai giovani” inducendoli a odiare Israele, gli Stati uniti e l’Occidente.

Altrettanto pesante l’affondo contro la Turchia e il presidente Recep Tayyip Erdogan, accusato da Netanyahu di avere trasformato il Paese nell’ultimo rifugio di Hamas e in un centro di propaganda anti-israeliana. Il premier israeliano ha accusato Erdogan di avere ucciso migliaia di curdi, occupare illegalmente il nord di Cipro, minacciare la Grecia e incarcerare giornalisti. Ha poi sostenuto che il presidente turco invochi quotidianamente la distruzione di Israele e aspiri a controllare Gerusalemme. “No, signore, non lo farà. E’ la nostra capitale eterna”, ha affermato Netanyahu.

Il premier ha infine insistito sull’unità interna di Israele, descrivendolo come “una nazione che combatte per un futuro”, unita al di là delle differenze tra destra e sinistra, giovani e anziani, religiosi e laici. Ha ricordato il fratello Yoni Netanyahu, morto nel 1976 durante l’operazione israeliana di liberazione degli ostaggi a Entebbe, inserendo anche la sua vicenda personale nella lunga continuità della lotta per la sopravvivenza del Paese. E ha concluso tornando al messaggio che ha attraversato l’intero discorso: Israele continuerà a combattere e a cercare la vittoria “perché non abbiamo altra scelta”.