Cercando di non dare troppo nell’occhio, il governo Meloni ha aperto il cantiere della nuova legge elettorale. L’intento appare tuttavia fin troppo chiaro: favorire la maggioranza uscente, alzando la quota proporzionale e facendo scattare più facilmente (al 40 per cento, si dice) il premio di maggioranza, lasciando così all’opposizione l’ardua scelta tra negoziare i dettagli o chiamarsi fuori, vanamente e sdegnosamente.
Non sarebbe la prima volta che le regole elettorali vengono cambiate a ridosso del voto. Paradossalmente, si può dire che lo stesso errore lo fece a suo tempo perfino Alcide De Gasperi (che era De Gasperi), con la “legge truffa” del 1953, che truffa non era. Da allora, è accaduto fin troppo spesso che maggioranze periclitanti abbiano cercato di rafforzare se stesse tarando le regole elettorali a proprio vantaggio.
In un crescendo di disinvoltura, questi tentativi hanno finito per produrre un effetto perverso: alimentare la diffidenza degli elettori, fino all’attuale e ormai strutturale astensionismo. Il più delle volte, chi ha cambiato la legge elettorale contando di trarne un vantaggio numerico si è trovato invece a fare i conti con esiti tutt’altro che trionfali.
Il cambiamento delle regole in corso d’opera trasmette infatti agli elettori un segnale di affanno e di debolezza, oltre che – inutile negarlo – di una certa tracotanza.
Dunque verrebbe da consigliare alla maggioranza meloniana di non insistere troppo sull’argomento. Che si tratti di virtù, di astuzia o persino di scaramanzia, i precedenti suggeriscono di non forzare la mano.
Né al destino, né – soprattutto – ai propri elettori.
Fonte: La Voce del Popolo – 15 gennaio 2026
Articolo qui riproposto per gentile concessione dell’autore e del direttore del settimanale della diocesi di Brezi.
