Rimettere a fuoco la Romagna politica di Pascoli
A scuola l’anarchismo viene spesso archiviato come l’opposto “automatico” del socialismo, e realtà come il Partito socialista rivoluzionario di Romagna finiscono nel reparto delle curiosità. Il film Zvanì. Il romanzo famigliare di Giovanni Pascoli smentisce questa lettura comoda: nella figura di Andrea Costa, che saluta una a una le compagne e i compagni lasciando l’agone rivoluzionario, convivono spirito libertario e scelta riformista.
È un promemoria utile: le genealogie politiche sono molto più intrecciate di quanto la narrazione scolastica lasci intendere.
Il romanzo affettivo come chiave di lettura civile
Nel racconto cinematografico emerge con forza la centralità dell’amore: per il padre tragicamente perduto, per le sorelle, per il maestro Carducci — in una relazione ambivalente — e per l’idea stessa di essere amato. Ma c’è anche un amore “politico”: la giustizia, gli ultimi, i deboli.
Leggere Pascoli tra le righe significa accettare che intimità e impegno non siano compartimenti stagni, ma la stessa corrente che cambia nome a seconda del contesto.
Gramsci e il dissidio tra aedo e intimista
Chi pensa che Gramsci liquidi Pascoli con sufficienza non ha davvero attraversato i Quaderni, dove il poeta viene collocato in un percorso culturale e politico complesso, con rimandi a Mercatelli, Corradini e ai nazionalisti di origine sindacalista.
Gramsci coglie l’aspirazione pascoliana a farsi “leader” e “banditore” di un socialismo nazionale, fino al concetto di “nazione proletaria”, e insieme registra la frattura: voler essere poeta epico e popolare con un temperamento intimista. Proprio lì, però, più che un limite, si può riconoscere una tensione creativa feconda, un’inquietudine che continua a parlarci.
