Un ritratto non apologetico
Per presentare e insieme rivisitare – a grandi linee – i suoi settant’anni di ricerca sociale, il CENSIS, a cura del Direttore Generale Massimiliano Valerii (che ha lavorato per oltre venticinque anni al suo fianco), ha voluto dedicare al fondatore e presidente Giuseppe De Rita una sorta di ritratto personologico e professionale. Non per farne un ‘santino apologetico’ o un panegirico (perché la contiguità e la condivisione susciterebbero il sospetto di un conflitto di interessi) ma per testimoniare e riassumere, possibilmente divulgare, la lunga avventura intellettuale di un uomo straordinario che prima allo Svimez e poi al CENSIS, è stato il più fedele lettore e interprete dello sviluppo della società italiana dal secondo dopoguerra ad oggi.
Pur non avendo mai ambito ad una cattedra universitaria e pur privilegiando – più Socrate che Platone – la narrazione orale su quella scritta (a parte i Rapporti dell’Istituto, i saggi e gli editoriali specie sul Corsera, il suo unico libro è quel Dappertutto e rasoterra. Cinquant’anni di storia della società italiana, Mondadori, Milano, 2017, di cui a margine del ritratto rievocativo del Dott. Valerii si riporta l’introduzione) la capacità di penetrare e far propri i meandri più reconditi della sua indagine sociale ne hanno fatto il sociologo “più attento e informato sui fatti”.
Il CENSIS e la lettura dello sviluppo italiano
Il suo nome e la sua fama sono legati a doppio filo agli annuali Rapporti del CENSIS fino alla presentazione del 50°, giorno in cui decise di essere più osservatore a latere che redattore, senza mai smettere il ruolo di ispiratore e guida spirituale e intellettuale dell’Istituto di Piazza di Novella a Roma.
La presentazione, particolarmente brillante e lucidissima, che ne fa Massimiliano Valerii giunge ad evidenziare le peculiarità più significative del suo percorso ininterrotto di settant’anni di esplorazione sociale, fino ad elencare i sette sigilli più caratterizzanti del
canone deritiano, nelle sue intuizioni di sistema e nelle scelte metodologiche.
Talento, vocazione e destino
A queste doti, a queste peculiarità che di seguito brevemente riassumo vorrei tuttavia anteporre un assioma implicito a descrivere il personaggio, che pare doveroso ricordare: non bastano la passione, il tenace continuismo, l’impegno, la capacità organizzativa nell’indagare i tratti denotativi e connotativi della società, se tutto ciò non è sorretto e ispirato dal talento, un pregio innato, una vocazione che rendono unico l’uomo e il suo destino.
Scrive Valerii: «Con la bacchetta del rabdomante, che registra ogni minima vibrazione sul terreno, Giuseppe De Rita ha scoperto i giacimenti di energia nascosti della società italiana e ne ha saputo cogliere anche i minimi sommovimenti, quelli che preludono ai grandi cambiamenti dei costumi… In altre parole, i settant’anni di carriera di Giuseppe De Rita sono anche i settant’anni di sviluppo della società italiana. È questo il bilancio provvisorio di una vita animata da un sentimento d’avventura intellettuale, che chiunque può avvertire appena entri in confidenza con lui»: anche io – nel mio piccolo – ne sono stato metabolicamente contagiato, cibandomi di “pane e De Rita”.
I sette sigilli del metodo deritiano
Sono dunque sette i sigilli, le impronte, i marchi che De Rita ha inciso nella matrice della ricerca sociale. Il primo è l’antiaccademismo: l’assenza di modelli teorici e astratti in un’indagine tipicamente empirica e induttiva.
Il secondo è il prevalere della cultura orale e della narrazione. Il terzo riguarda il linguaggio con cui ha saputo descrivere e interpretare i fenomeni sociali con metafore e allegorie destinate a restare nella storia del Paese, sovrapponendosi in modo quasi onomatopeico ai processi di sviluppo.
Il quarto imprinting è la fenomenologia: l’osservazione diretta e la capacità di scoprire il nascosto, annusando dappertutto e rasoterra per immaginare e inventare nuovi paradigmi interpretativi.
Il quinto sigillo è consequenziale al precedente: partire dal basso, non eludere ciò che appare insignificante, ascoltare tutti e tutto annotare.
Il sesto marchio indelebile è la capacità di conferire continuità agli eventi, non soffermarsi sul singolo aspetto ma cercare e trovare assi di progressione ermeneutico-interpretativa.
L’ultimo sigillo è l’attenzione al “mercato” come stella polare della ricerca sociale.
Continuità e scuola di ricerca:
Questo omaggio del CENSIS al suo fondatore e presidente è doveroso e apre la strada alla operosa continuità, solca una traccia che resta indelebile e che De Rita osserva con distaccato rispetto, valorizzando le risorse umane che ha saputo crescere.
Come ricorda Valerii, chiudendo il suo omaggio rievocativo a Giuseppe De Rita, vale ricordare come una sorta di sentenza un laconico ma efficace pensiero di Hegel:
«Un grand’uomo condanna gli altri uomini a essere interpretato».
