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Orte, la casa dove si ricomincia insieme

Alla «Casa di Nina» ragazzi segnati da dipendenze e percorsi penali ritrovano una base sicura. E, in fondo al corridoio, gli ospiti della residenza «Il Senso della Vita» diventano compagni di strada

C’è un corridoio, in via Principe Umberto, lungo pochi metri, che unisce due mondi. Da una parte i ragazzi della «Casa di Nina», dall’altra gli anziani della residenza «Il Senso della Vita». Percorrerlo ogni giorno è forse la lezione più semplice, e al tempo stesso più profonda, che Orte abbia da offrire: le età della vita non sono compartimenti stagni, e chi ha bisogno di aiuto può scoprire, all’improvviso, di saperne dare.

Una casa, non una struttura

Sulla carta, la Casa di Nina è un gruppo appartamento per minorenni. Ma chi ci vive e chi ci lavora preferisce la parola più semplice: casa. Non struttura, non servizio. E la differenza non è soltanto lessicale: si avverte nel profumo del caffè al mattino, nelle felpe dimenticate sul divano, nelle voci che si rincorrono da una stanza all’altra. Quelle mura, del resto, hanno una lunga storia di accoglienza: vi abitavano le Suore del Preziosissimo Sangue, che per generazioni si sono prese cura di orfani e bambini in difficoltà. Dopo la ristrutturazione, la casa famiglia è stata intitolata a don Delfo Gioacchini, il sacerdote che con tenacia ne aveva voluto la nascita. È scomparso molti anni fa, senza poter vedere compiuto il suo sogno; eppure, varcando la soglia, è difficile non sentirne la presenza.

Dal fascicolo al nome

I ragazzi che arrivano sulla rupe portano con sé storie difficili: in alcuni casi la dipendenza, in altri l’esperienza, ancora più dura, del circuito penale. Prima di giungere qui erano spesso soprattutto fascicoli, sigle, provvedimenti. In via Principe Umberto tornano a essere persone, con un nome, uno sguardo e perfino i propri silenzi, che nessuno ha fretta di riempire. Lo psichiatra inglese John Bowlby, padre della teoria dell’attaccamento, parlava di «base sicura»: il porto affettivo da cui salpare per esplorare il mondo, con la certezza di poter rientrare quando servono conforto e forza per rimettersi in piedi. È proprio ciò che questo luogo cerca di essere, giorno dopo giorno.

Fermezza e tenerezza

Il segreto, se ce n’è uno, sta nelle persone. Annalisa e Paolo guidano la comunità insieme a un’équipe di educatori che non ha smarrito la capacità di meravigliarsi. Il loro stile coniuga rigore e affetto: regole chiare ma mai rigide, confini che contengono senza soffocare. Lo psicoanalista Donald Winnicott lo avrebbe chiamato holding: quel «sostenere», fisico ed emotivo, che permette a chi si sente in frantumi di ritrovarsi intero. Chi arriva carico di rabbia, per gli abbandoni subiti o per gli errori commessi, non trova un tribunale, ma un adulto pronto ad ascoltarlo senza giudicare e ad aspettarlo, con pazienza, anche nei giorni in cui non ha voglia di parlare. È una professionalità che si è fatta vocazione, e si vede.

La cura nei dettagli

Si vede soprattutto nelle piccole cose. In cucina, tra mani infarinate e qualche pasticcio che strappa una risata, preparare una torta insieme insegna la pazienza dei tempi giusti e il gusto di un risultato condiviso. Nel laboratorio di bricolage, rimettere in sesto un oggetto rotto diventa un modo per dire che nulla, e nessuno, va gettato via. Da pochi giorni, poi, si è aggiunta una novità: un percorso di pet therapy affidato a professionisti e psicoterapeuti. Gli animali non fanno domande, non pretendono spiegazioni, non giudicano. Ed è proprio per questo che riescono ad aprire varchi là dove mesi di colloqui si erano arenati.

Un ponte tra due età

Poi c’è quel corridoio. Ogni volta che i ragazzi lo attraversano per raggiungere i loro vicini più anziani, si compie un piccolo scambio tra generazioni. Leggono ad alta voce il giornale a chi non ci vede più bene, aiutano a sparecchiare, ascoltano racconti che arrivano da lontano e, qualche volta, ricevono in cambio un consiglio o una carezza. In una società che tende a separare giovani e vecchi, qui si è scelto di metterli l’uno accanto all’altro. E il risultato sorprende soprattutto i ragazzi: scoprono che prendersi cura di

qualcuno è anche un modo per essere curati, e che la fragilità, propria e altrui, può diventare un punto d’incontro anziché un motivo di vergogna.

Un paese che chiama per nome

Ma la scommessa più importante si gioca fuori dal portone, lungo le vie del paese. Orte non li guarda come «i ragazzi della comunità» o «i minori a rischio». Li chiama per nome (Marco, Amir, Luca), si ferma a chiedere come stanno, li accoglie nelle botteghe. Il fornaio che aggiunge una pagnotta, la vicina che saluta dalla finestra: gesti minimi, che valgono più di tanti progetti di inclusione. In tempi in cui l’indifferenza sembra la regola, è un’intera cittadina a farsi comunità educante, restituendo a questi giovani dignità e radici.

La distanza più breve

Sul grande terrazzo, tra i compiti del pomeriggio e una risata che rimbalza da un angolo all’altro, tutto questo prende forma concreta. Il senso della vita, verrebbe da dire prendendo in prestito il nome della residenza accanto, non si trova nei trattati di filosofia: sta in una cena consumata attorno allo stesso tavolo, nella mano di un’educatrice che asciuga una lacrima senza bisogno di parole, nella certezza che nessuna solitudine è definitiva se qualcuno sceglie di condividerla.

E allora si torna lì, a quel corridoio di via Principe Umberto. Chi lo misura con il metro dirà che sono pochi passi. Chi lo percorre ogni giorno sa che è molto di più: è la distanza, finalmente breve, tra la solitudine e un «noi». A Orte qualcuno ha deciso di accorciarla. E, a giudicare dai sorrisi che lo attraversano, ci sta riuscendo.